Da quando s’è insediato, il 13 febbraio 2021, è un dato di fatto che Mario Draghi abbia dato un’importante impronta “atlantista” al governo italiano rispetto alla strategia, decisamente più “ambivalente” – e spesso confusa e contraddittoria – del suo predecessore, Giuseppe Conte. Lo dimostra il fatto che mentre emergono nuovi dettagli sulla a dir poco “inusuale” visita dell’ex Attorney general William Barr a Roma il 15 e il 27 agosto 2019 per indagare sulle origini del Russiagate e sul professor Joseph Mifsud, che secondo molti risultò utile ad ottenere l’endorsement di Donald Trump e il famoso tweet di “Giuseppi”, il governo Conte I fece non poco irritare Washington quando l’Italia fu il primo Paese del G7 a sottoscrivere un accordo sulla Via della Seta, il maxipiano infrastrutturale della Repubblica popolare cinese, nella primavera di quello stesso anno. Tant’è che Garret Marquis, assistente speciale del presidente americano Donald Trump e portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, richiamò all’epoca ufficialmente il nostro Paese in un tweet: “L’Italia è un’importante economia globale e una grande destinazione per gli investimenti, non c’è bisogno che il governo italiano dia legittimità al progetto di vanità cinese per le infrastrutture”. Medesime preoccupazioni furono espresse al tempo dall’Unione europea.

La politica estera “multipolare” del Conte 1

Nell’aprile di quell’anno Giuseppe Conte volò a Pechino a partecipare al Belt and Road Forum. Secondo l’allora Presidente del Consiglio, il Memorandum sulla Via della Seta siglato con la Cina rappresentava “una grande opportunità” e il “governo” si era “tutelato da eventuali rischi”. Nessuna preoccupazione da parte del premier su eventuali rischi predatori da parte della Cina sul 5G, sollevati al tempo dal Copasir e dall’opposizione. “In Italia siamo dotati di Golden Power, uno strumento di tutela della nostre infrastrutture strategiche” assicurò Conte.

Erano i tempi del governo giallo-verde: Giuseppe Conte era leader di un governo “sovranista”, che la stampa internazionale definiva “populista” euro-scettico e critico con Bruxelles. La visione strategica del Conte I era di connotazione, seppur in maniera confusa, “multipolare”: da una parte strizzava infatti l’occhio all’amministrazione Trump, e al contempo guardava con interesse anche a Pechino e Mosca e a migliorare i rapporti con le due superpotenze rivali degli Stati Uniti. Non è un caso, infatti, se dopo una pausa di quattro anni, infatti, il presidente russo Vladimir Putin arrivò a Roma nel luglio del 2019, in visita ufficiale, proprio con Giuseppe Conte Presidente del Consiglio. Era dal 2015 che il presidente russo non veniva in visita ufficiale in Italia, quando all’Expo di Milano aveva tenuto una conferenza stampa con l’allora premier Matteo Renzi. In quell’occasione, Conte propose il superamento delle sanzioni alla Russia: “Ogni volta che ci avviciniamo alla scadenza delle sanzioni, mi rattristo. Sono state appena rinnovate le sanzioni, abbiamo sei mesi per lavorarci” disse in conferenza stampa, con accanto il leader del Cremlino.

“Giuseppi” e la svolta europeista del Conte Bis

27 agosto 2019. È la data in cui l’ex Presidente Usa Donald Trump scrisse il famoso tweet a sostegno di Giuseppe Conte nel bel mezzo delle consultazioni tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, che poi andarono a formare il Conte 2 e l’alleanza giallorossa. In quell’occasione Trump, storpiandone il nome, lodò “l’altamente rispettato primo ministro della repubblica italiana, Giuseppi Conte”. “Ha rappresentato l’Italia in modo energico al G7. Ama il suo Paese grandemente e lavora bene con gli Usa. Un uomo molto talentuoso che spero resti primo ministro!”, scrisse The Donald. In molti s’interrogarono sul significato di quel tweet. Si trattava di un endorsement di Trump alla luce della disponibilità mostrata da Conte nell’accogliere l’Attorney general William Barr a Roma, autorizzando personalmente un incontro con i vertici dei nostri servizi segreti? Per molti rimane l’ipotesi più accreditata.

Sta di fatto che con l’insediamento del Governo Conte II (5 settembre 2019) l’approccio della politica estera di Giuseppe Conte cambia. Seppellito il passato euro-scettico e le tensioni con Bruxelles sulla manovra economica, il Conte bis, con Luigi Di Maio in veste di Ministro degli Esteri, si pone da subito l’obiettivo di ricucire i rapporti con gli storici alleati europei dopo le tensioni risalenti Conte 1 e le polemiche sul bilancio e sull’immigrazione. Lo dimostra l’atteggiamento collaborativo nei confronti del Recovery Fund. Sugli altri dossier, nessun cambiamento significativo. Per la svolta “atlantista” bisognerà attendere Mario Draghi.

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