Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinano sempre più, mentre il Paese continua ad affrontare l’emergenza coronavirus e studia un piano per ripartire. A guidare l’ala Repubblicana sarà ancora una volta il presidente Donald Trump, mentre i Democratici saranno rappresentati dall’ex vicepresidente Joe Biden.

La politica estera di Biden

Nel corso della campagna per il ruolo di rappresentante dei dem, Biden ha più volte sottolineato che se eletto darà maggiore attenzione alla politica estera, ribaltando la dottrina trumpiana dell’”America first”. L’ex vicepresidente ha infatti intenzione di ridare agli Usa il ruolo di leader internazionale che Washington ha in parte perso sotto l’Amministrazione repubblicana, riallacciando quelle alleanze che sono state minate dalla politica di Trump e impegnandosi nel contrasto all’autoritarismo nel panorama globale. Secondo Biden, un secondo mandato Trump metterebbe ulteriormente a repentaglio la posizione degli Usa nel panorama internazionale, con conseguenze negative anche sulla stessa sicurezza del Paese. Il candidato dem ha anche sottolineato l’importanza del dossier mediorientale, promettendo di impegnarsi per la risoluzione di quei conflitti ancora in corso e che l’Amministrazione Trump non ha saputo gestire correttamente.

Va prima di tutto evidenziato che Biden si è sempre opposto a un diretto coinvolgimento dei soldati americani nei conflitti sorti negli ultimi anni, con particolare riferimento ai casi di Siria e Libia. Tuttavia, secondo il candidato dem è importante proseguire nella lotta contro il terrorismo in Medio Oriente (e non solo) per evitare il risorgere di forze come l’Isis e lo scoppio di nuove guerre nella regione. A spingere Biden verso posizioni più caute per quanto riguarda il dispiegamento di truppe Usa nelle zone di conflitto è stata probabilmente la guerra in Iraq e Afghanistan. L’ex vicepresidente fu un sostenitore nel 2002 dell’invasione dell’Iraq, ma ha più volte ribadito di essersi pentito di quella decisione criticando apertamente la politica mediorientale di Bush.

Biden e il Medio Oriente

Uno degli obiettivi primari di Biden è – a suo dire – la lotta contro il terrorismo, da portare avanti attraverso l’impiego di piccoli gruppi di forze speciali americane e ricorrendo principalmente all’uso di attacchi aerei. Il tutto per evitare un massiccio dispiegamento di soldati Usa in terra straniera. In generale, l’ex vicepresidente vorrebbe investire più sulle relazioni diplomatiche e sulla costruzione di alleanze internazionali piuttosto che sull’intervento militare diretto. Non a caso Biden si è presentato come un convinto sostenitore della NATO, criticando la politica isolazionista di Trump e ritrovando la causa dell’aumento del populismo nel mondo nel venire meno della leadership americana. Una leadership che Biden ha intenzione di riaffermare.

Per quanto riguarda la politica estera, è interessante analizzare la posizione dell’ex vicepresidente in merito al dossier mediorientale. Di recente, Biden ha affermato che se eletto presidente non riporterà l’ambasciata americana da Gerusalemme a Tel Aviv, pur criticando la mossa di Trump e bollandola come controproducente per la risoluzione della questione israelo-palestinese. Secondo il candidato dem, definitosi più volte un sionista, l’unico modo per arrivare a una pace tra i due popoli è la creazione di due Stati. Con Biden alla presidenza, Israele potrebbe avere un alleato meno propenso a sostenere il suo desiderio di espansione ai danni dei palestinesi, ma si troverebbe comunque a interloquire con un capo di Stato interessato a difendere il proprio alleato mediorientale.

Secondo diversi analisti, a mutare con Biden presidente sarebbero soprattutto i rapporti con Arabia Saudita e Turchia. Il candidato dem ha infatti affermato di voler rivedere le relazioni con Riad a causa dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, delle violazioni dei diritti umani nel Regno e della prolungata guerra in Yemen. Biden è stato in realtà un sostenitore nel 2015 dell’avvio delle operazioni contro gli houthi, ma ha in seguito preso le distanze dell’Arabia Saudita proponendo la fine del coinvolgimento americano nel conflitto e lo stop alla vendita di armi a Riad.

Biden in diverse occasioni ha rivolto parole dure anche contro la Turchia. L’ex vicepresidente ha prima di tutto criticato la decisione di Trump di ritirare le truppe americane in Siria e promesso che il presidente Erdogan pagherà “un prezzo alto” per l’invasione del Rojava. Biden si è espresso negativamente anche in merito alla politica interna del presidente turco, esprimendo il suo sostegno all’opposizione all’AKP.

Per quanto riguarda invece il dossier iraniano, la sua posizione si è dimostrata piuttosto ambigua. In quanto vicepresidente di Obama, Biden è stato un sostenitore dell’accordo sul nucleare e si è detto contrario all’uscita dal Jcpoa decisa da Trump nel 2018. Tuttavia Biden ha più volte definito l’Iran una “forza destabilizzante” e ha implicitamente dato la colpa del fallimento dell’accordo a Teheran, che non avrebbe a suo dire rispettato gli impegni presi. Solo se l’Iran metterà davvero fine al suo programma nucleare gli Usa di Biden rientreranno nell’Accordo e metteranno fine alle sanzioni.

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