La Cina è stata chiara. Anzi: chiarissima. Pechino incrementerà il numero di truppe fornite alle Nazioni unite per le missioni di mantenimento della pace nel mondo. Una missione che l’Esercito Popolare di Liberazione cinese (EPL) persegue da 30 anni a questa parte. In un white paper pubblicato venerdì e intitolato “China’s Armed Forces: 30 Years of UN Peacekeeping Operations”, si legge che il Dragone continuerà a costruire la forza militare promessa costituita da 8mila uomini.

Ricordiamo infatti che nel 2015 il presidente Xi Jinping promise di creare una “forza di riserva” formata da 8mila pacekeepers. Oggi ne sono entrati in servizio, fino a questo momento, circa 2.500. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, nonostante la Cina fornisca più truppe di mantenimento della pace di qualsiasi altro membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e sia il secondo maggior contributore in termini finanziari, l’intenzione del gigante asiatico è di incrementare ulteriormente l’attuale numero di soldati.

L’obiettivo finale? Arrivare, come detto, al traguardo degli 8mila. Tornando al documento, diffuso dall’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato, nel caso dovesse essere necessario, la Cina si è detta pronta a fornire anche “navi, unità di risposta rapida e altre capacità”.

Cina e peacekeeping

Il white paper illustra nel dettaglio alcuni numeri interessantissimi, che ci aiutano a capire la crescita dell’influenza cinese nel peacekeeping globale, agevolata, tra l’altro, dal graduale ritiro dalla scena degli Stati Uniti. Ad esempio, scopriamo che dal 1990 a oggi più di 40mila soldati dell’EPL hanno preso parte e decine e decine di missioni in più di 20 Paesi. Quali? Dalla Liberia alla Cambogia, dal Sudan a Cipro, da Mali alla Repubblica Centraficana passando per la Liberia.

In ogni caso la pubblicazione del Libro Bianco cinese arriva in un momento storico particolare, ovvero nel bel mezzo dell’intenso braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti. A detta di Richard Gowan, direttore delle Nazioni Unite presso l’International Crisis Group, Pechino ha moltissime ragioni per lavorare spalla a spalla in missioni del genere. La più importante è che il governo cinese sta facendo di tutto per farsi etichettare come difensore della pace e del multilateralismo. Inoltre missioni del genere – sottolineano ancora gli esperti – consentono all’esercito cinese di acquisire vitale esperienza operativa all’estero e raccogliere informazioni sulle unità rivali delle Nazioni Unite e sui Paesi in cui queste sono dispiegate.

Una mossa ambigua

La mossa cinese è dunque ambigua, almeno agli occhi delle potenze occidentali. Il loro timore più grande è uno: che la Cina possa farsi le ossa nascondendosi dietro la bandiera delle missioni di pace per poi usare l’esperienza raccolta in missioni militari. Qualche anno fa, tra l’altro, Xi Jinping aveva annunciato la volontà di addestrare 2mila caschi blu provenienti da altri Paesi, per lo più africani. Gli stessi Paesi con i quali la Cina intrattiene solidi legami economico-commerciali.

Scendendo nel dettaglio, e restando in Africa, nel Libro Bianco leggiamo chiaramente la posizione cinese nei confronti del Continente Nero: “Al fine di aiutare i paesi africani a migliorare la loro capacità di mantenere la pace e la stabilità, e fornire soluzioni africane alle questioni africane, l’EPL ha onorato l’impegno della Cina di aiuti militari gratuiti per un valore di 100 milioni di dollari per sostenere l’African Standby Force e l’African Capacity per una risposta immediata alla crisi”. Mentre il Dragone accresce il proprio soft power (e non solo) in varie regioni del mondo, gli Stati Uniti stanno perdendo terreno prezioso a discapito dei loro principali avversari.

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