La partita geopolitica nel Mar Cinese Meridionale risulta, settimana dopo settimana, sempre più complicata ed accesa: dopo un alternarsi di periodi di bonaccia e fasi maggiormente burrascose, la tensione coinvolgente da un lato la Repubblica Popolare Cinese e dall’altro gli Stati Uniti e i loro alleati si è “stabilizzata” su un livello di guardia di difficile sopportazione. Via d’acqua importantissima, punto di transito di flussi commerciali dal valore superiore ai 5.000 miliardi di dollari e autostrada marittima fondamentale per le ambizioni navali di Pechino, il Mar Cinese Meridionale risulta oggetto di un vero e proprio “Grande Gioco” nell’Oceano Pacifico e rappresenta la chiave di volta per la comprensione dei progetti strategici delle potenze coinvolte nello scenario.

Dal punto di vista occidentale, l’obiettivo principale di Washington è il contenimento della proiezione navale della Repubblica Popolare nelle sue acque territoriali, in modo tale da poter prevenire qualsiasi sfida di lungo periodo all’egemonia consolidata goduta dalla United States Navy sugli oceani mondiali, che vede nella flotta pacifica di Washington il principale e più importante garante. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno a più riprese focalizzato la loro strategia nel Mar Cinese Meridionale sul tema della difesa dei “diritti di navigazione” da una presunta ingerenza cinese materializzatasi con l’intensa attività di costruzione di isole artificiali e basi militari da parte della Repubblica Popolare: allo stato attuale delle cose, ben sette isole risultano armate in maniera consistente e ben fornite di personale operativo e munizionamento, mentre al contempo la Cina ha visto frustrata nel luglio 2016 al Tribunale dell’Aja la sua rivendicazione di sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, ma non ha mai voluto desistere dai suoi obiettivi principali nello scenario, destinato a diventare in futuro il principale teatro operativo della People’s Libération Army Navy (PLAN).

In un chiaro messaggio di sfida a Pechino, la Gran Bretagna ha deciso di supportare la strategia statunitense basata sul contenimento diretto della Repubblica Popolare nelle acque prossime alle sue coste, definita negli scorsi mesi da Diego Fabbri su Limes come una versione sviluppata del pivot to Asia di Barack Obama: lo scorso 27 giugno, infatti, come riportato dal Guardian, il Ministro degli Esteri di Londra Boris Johnson ha annunciato che il Regno Unito invierà nell’Oceano Pacifico il nuovo gioiello della sua flotta, la portaerei HMS Queen Elizabeth, la cui messa a punto è stata completata negli ultimi giorni di giugno. La Queen Elizabeth disloca 65.000 tonnellate e, assieme alla sua gemella HMS Prince of Wales in via di completamento, rappresenta la più grande nave mai entrata in linea nella Royal Navy, realizzata nell’ambito di un programma che assorbirà complessivamente oltre 6,2 miliardi di sterline. Londra dimostra di considerare centrale la macroregione indopacifica nella sua visione geopolitica per il dopo-Brexit: prima che si sviluppasse l’egemonia americana, è stato il Regno Unito a fare della propria marina un mezzo di proiezione della propria sovranità e dei propri interessi ai vari angoli del mondo. In questo contesto, Londra sposa la dottrina anticinese degli Stati Uniti e si dichiara disposta a partecipare, con la Queen Elizabeth, alle future esercitazioni guidata dalla U. S. Navy nel Mar Cinese Meridionale: il governo in difficoltà di Theresa May prova a rilanciare l’idea di una Global Britain capace di dire la sua nelle diverse questioni planetarie e di poter portare avanti un’autonoma via all’indipendenza strategica e geopolitica, ma è difficile individuare elementi positivi in un’esacerbazione della rivalità tra la Repubblica Popolare Cinese e il Regno Unito. I due Paesi, partner commerciali di lunga data, intrattengono vivaci relazioni economiche, e Londra ha dimostrato a più riprese interesse per la “Nuova Via della Seta” che rappresenta il cardine della strategia geopolitica di Pechino: la volontà conflittuale dimostrata dal governo di Londra con la decisione di inviare la sua nuova portaerei nelle zone di maggiore interesse della Repubblica Popolare stride con le politiche portate avanti negli ultimi anni, e solo i futuri sviluppi permetteranno di capire se si sta assistendo o meno a una svolta delle intenzioni britanniche nei confronti della Cina dovuta alla volontà di ribadire la vicinanza di Londra a Washington.

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