Nel momento in cui, nell’aprile scorso, Theresa May ha convocato la snap election che avrebbe dovuto consolidare la sua leadership e imprimere all’azione di governo del Partito Conservatore un notevole salto di qualità, tutti i pronostici apparivano a favore del Primo Ministro britannico, la cui scelta è stata sicuramente ponderata alla luce della situazione contingente della politica d’oltre Manica. I favori dei pronostici e il contesto tattico sembravano costituire un ottimo punto di partenza per Theresa May, focalizzata sull’obiettivo di dare forma al governo destinato a guidare il Regno Unito del dopo Brexit e a plasmare la Stronger Britain di domani attraverso l’ampliamento della maggioranza assoluta detenuta dai Tories alla Camera dei Comuni. Un ulteriore punto a favore del Primo Ministro era stato rappresentato, ai tempi, dalla predisposizione favorevole del Partito Laburista a tornare alle urne nonostante il netto ritardo nei sondaggi, dovuto alla necessità di compattare una formazione divisa tra una base nettamente favorevole al leader Jeremy Corbyn e una leadership diffidente nei confronti del 67enne deputato di Islington North.Ciononostante, negli ultimi tempi è in corso di definizione uno scenario assolutamente impronosticabile alcune settimane fa: Corbyn ha portato avanti una campagna elettorale decisa, il suo Partito Laburista ha sviluppato un dettagliato manifesto programmatico e, soprattutto, Theresa May, dopo aver capito prima di tutti che la Brexit non sarebbe stata la quesitone primaria nell’economia del voto, non è stata in grado di dare seguito all’ottima prova di fermezza dimostrata nel corso dei suoi primi dieci mesi a Downing Street: Joe Watts delThe Independent ha infatti sottolineato le dichiarazioni di Katie Perrior, ex responsabile delle comunicazioni dello staff della May, che ha individuato nell’incapacità dei conservatori di presentare adeguatamente il proprio programma di riforme sociali una delle prime cause della frattura operatasi tra il Primo Ministro e il suo elettorato potenziale. Al tempo stesso, nei suoi discorsi la May ha più volte abbandonato il suo stile propositivo e deciso per imbracciare un tono fortemente più cupo e tentare lo scontro diretto con gli avversari laburisti. In ogni caso, non sono solo gli errori della May ad aver determinato un deciso riavvicinamento tra conservatori e laburisti e a produrre una situazione imprevedibile che vede, allo stato attuale delle cose, il partito di governo accreditato di soli 310 seggi (contro i 330 attuali) e la principale forza di opposizione in netta rimonta, pronosticata a soli 3 punti percentuali dagli avversari (39% contro 42%) secondo i dati di YouGov.Non c’è dubbio, infatti, che Jeremy Corbyn abbia gestito in maniera positiva il poco tempo a disposizione nella campagna elettorale: entrato nell’agone più per costrizione che per scelta propria, desideroso di giocare il suo futuro politico sul voto dell’elettorato e non sulle lotte intestine di partito, il Segretario dei Labour ha preferito rimediare ai principali limiti che gli erano stati rimproverati, come la mancanza di carisma, focalizzandosi principalmente sui contenuti concreti del suo manifesto programmatico. Il Partito Laburista si presenta alle elezioni con un programma di netta discontinuità rispetto al passato recente: all’abbraccio mortale al neoliberismo dell’era blairiana e al susseguente decennio di crisi esistenziale, Corbyn ha risposto con una piattaforma elettorale definita retrograda da numerosi critici, come Charlotte Krol del Telegraph, ma decisamente significativa sotto numerosi punti di vista. Per rimediare alla dilagante crisi della socialdemocrazia europea, manifestatasi in maniera acuta in occasione del tracollo Labour alle elezioni 2015 e del fallimento di Benoit Hamon alle recenti presidenziali francesi, Corbyn ha voluto puntare sulla discontinuità e su un richiamo alla tradizione manifestatosi principalmente attraverso la focalizzazione sul ruolo del settore pubblico nell’economia. Corbyn propugna la nazionalizzazione del settore ferroviario e la costituzione di numerosi enti pubblici regionali per la gestione del settore energetico, simili alle industrie municipali tedesche entrate notevolmente in auge nell’ultimo decennio, oltre a un consistente ampliamento degli investimenti in sanità, istruzione e previdenza sociale. A ciò si aggiungono un piano di investimenti infrastrutturali da 250 miliardi di sterline in 10 anni, simile a quello proposto in Francia da Jean-Luc Mélenchon, e una forte attenzione al tema del lavoro: Corbyn è infatti favorevole a un salario minimo da 10 sterline all’ora, alla creazione di un apposito Ministero dedicato alle questioni occupazionali e all’eliminazione dei contratti a zero ore e dei tirocini non retribuiti. La presa di queste proposte è stata decisa e notevole: tuttavia, molti dubbi permangono sulla loro effettiva realizzabilità, dato che la corrente opposta a Corbyn in seno al suo partito è rilevante e influente; in ogni caso, la sua strategia elettorale orientata alle proposte concrete, allo stato attuale delle cose, sta pagando. Se il Partito Laburista dovesse realizzare un risultato oltre le aspettative nel voto dell’8 giugno e migliorare notevolmente la sua posizione parlamentare, Corbyn otterrebbe un successo personale consolidando il suo ascendente sulla base laburista e, soprattutto, spiazzando una leadership di partito che lo ha sempre ritenuto una figura inadeguata a una posizione politica di tale rilievo.

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