Per il presidente turco Erdogan i colloqui di Istanbul hanno rappresentato il proprio palcoscenico ideale. Sembrano lontani i tempi di quando in Europa si puntava il dito contro la sua politica. Appena un anno fa è stato chiamato “dittatore” dal presidente del consiglio Mario Draghi. Oggi è lui però a prendersi la scena per favorire i colloqui di pace. Ed è lui a potersi permettere di pronunciare la frase “la pace non ha perdenti”. Il “colpo” di Erdogan a livello politico appare notevole. Favorendo i negoziati tra Russia e Ucraina si è riguadagnato il credito lentamente perduto negli ultimi anni a livello internazionale e ha centrato uno dei suoi obiettivi lanciati agli albori della sua avventura di governo, iniziata 20 anni fa: quello di dare un posto politico rilevante alla Turchia.

Il lavoro diplomatico della Turchia

Ankara è stata tra le prime, nel mattino del 24 febbraio, a condannare l’azione russa in Ucraina. Una posizione non scontata. Se da un lato la Turchia è membro della Nato, costituendo il secondo esercito più importante dell’Alleanza Atlantica, dall’altro però i rapporti tra Erdogan e Putin negli ultimi anni sono stati estremamente collaborativi. Un’alleanza di comodo quella tra Turchia e Russia, nata in una data ben specifica: il 16 luglio 2016, giorno che probabilmente riecheggia sempre nella mente del leader turco. Quella è la notte del fallito golpe ai suoi danni, dei carri armati in giro per le strade di Ankara e Istanbul, del suo discorso pronunciato su Facebook collegato da qualche nascondiglio, prima di rientrare in sicurezza soltanto a mattinata inoltrata. Da allora il “sultano” ha progressivamente salutato l’occidente, reo a suo dire di non averlo sostenuto abbastanza, abbracciando invece la Russia di Putin, il quale al contrario è stato tra i primi a condannare il colpo di Stato.

Da quel momento i due hanno lavorato fianco a fianco, pur se da posizioni diverse, in Siria e in Libia oltre che nel comparto energetico visto che dal gennaio 2020 dal sottosuolo turco passa il gas russo tra le tubature del Turkish Stream. Difficile quindi pensare a una condanna di Erdogan dell’azione di Putin. La Turchia ha però deciso di allinearsi in tal senso alla posizione della Nato. Ma, contestualmente, ha scelto una via autonoma. Ankara infatti non ha chiuso i ponti con il Cremlino, non ha aderito alla pioggia di sanzioni contro la Russia, non ha tranciato le linee diplomatiche con il governo di Mosca. Contestualmente, ha fornito sostegno politico a Kiev e ha legittimato l’azione difensiva dell’Ucraina. In questa maniera Erdogan ha potuto continuare a lavorare con Putin, con cui dovrebbe vedersi nei prossimi giorni. Ma, al tempo stesso, si è garantito la fiducia da parte di Zelensky e del governo ucraino. E così nelle scorse ore a Istanbul sia russi che ucraini hanno dato credito al lavoro diplomatico turco, con Erdogan che ha potuto fregiarsi del ruolo di vero paciere.

Le prospettive di dialogo mediato da Ankara

A pensarci bene, quello di Erdogan non è stato un “capolavoro” diplomatico. Il presidente turco ha semplicemente fatto il suo mestiere e ha esercitato al meglio le sue funzioni. Quelle cioè di un capo di Stato che, al momento dello scoppio di un conflitto tra due Paesi con cui intrattiene buone relazioni, preferisce far attivare la diplomazia e lasciare da parte toni belligeranti. Prima di lui c’ha provato il premier israeliano Naftali Bennett. Ma se il viaggio di quest’ultimo al Cremlino pochi giorni dopo l’inizio del conflitto non si è rivelato risolutore, il lavoro della Turchia nel dietro le quinte della guerra ha dato i primi frutti. Prima con l’incontro tra i due ministri degli Esteri ucraino e russo, avvenuto il 10 marzo ad Antalya, adesso con il vertice tra le due delegazioni a Istanbul. Un lavoro “in crescendo” che spinge la diplomazia turca ad andare oltre e a tentare il colpo decisivo: quello cioè di un incontro diretto tra Putin e Zelensky.

Erdogan si è detto fiducioso, ambienti vicini alla diplomazia di Ankara hanno ritenuto nelle ultime ore accresciute le chance di un vertice tra i due presidenti protagonisti della crisi. Di certo il presidente turco non si sarebbe sbilanciato senza prima avere certezza di importanti possibilità di successo. Per la Turchia la mediazione tra Mosca e Kiev è in primo luogo un’operazione di immagine che Erdogan vuole portare a casa. Con pazienza e con i tempi giusti e con la prospettiva, tra non molto, di annunciare nuovi passi in avanti.

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