Quando nella seconda metà del 1989 lo sgretolamento dei regimi comunisti dell’Europa orientale accelerò, trasformando la transizione in una vera e propria marea che travolse l’esperimento quarantennale del “socialismo reale”, in larga parte dei Paesi questo fu frutto di un processo, tutto sommato, pacifico. Escludendo per le diversità politiche del Paese il caso della Polonia, negli altri Stati filo-sovietici (Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria) e nella stessa Germania Est simbolo del 1989 con la caduta del Muro di Berlino i regimi si sciolsero come neve al sole nel momento in cui venne meno l’ombrello sovietico e fu chiara l’irrimediabilità della crisi.

Un solo esempio sfuggì a queste dinamiche: la Romania governata col pugno di ferro dalla dittatura di Nicolae Ceaucescu  dal 1967, in cui la transizione fu violenta e caratterizzata da una rivolta dall’alto diretta dalle forze armate, conclusa con l’arresto e la fucilazione del dittatore.

La catastrofe rumena

Il regime di Ceaucescu si era contraddistinto per la sua singolarità all’interno del blocco sovietico. La Romania era il Paese a cui Mosca garantiva il maggior gradiente di autonomia, forte della capacità di Ceaucescu di mediare ad alti livelli con numerosi leader mondiali di diversa estrazione, da Giulio Andreotti Kim Il-Sung. La Romania si discostò da Mosca sul tema della repressione in Cecoslovacchia (1968), sul riconoscimento di Israele (1973), sulla stipulazione di accordi industriali coi Paesi europei (1980), sulla partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles.

A questo fatto faceva da contraltare una repressione interna capillare e soffocante. La Romania di Ceaucescu era, sul fronte interno, schiacciata dal tallone della Securitate, enormemente impoverita dalle disuguaglianze centro-periferia, piagata da problemi come la mortalità infantile (a livelli da Terzo Mondo) e la malnutrizione. La cerchia ristretta del regime sfruttava i prestiti e gli aiuti internazionali per banchettare e costruire irreali templi alla sua megalomania, come la gigantesca Casa del Popolo di Bucarest, secondo edificio più grande al mondo dopo il Pentagono, e da inizio Anni Ottanta trovò nelle misure di austerità una nuova forma di controllo sociale.

Il Natale di sangue

Il combinato disposto tra miseria dilagante e repressione costante impedì la nascita di strutturati movimenti di protesta all’interno del Paese; la comunanza di vedute in diversi campi tra Bucarest e il blocco occidentale evitò, al contempo, che quest’ultimo intervenisse per “inseminare” la dissidenza interna. Tutto ciò cambiò radicalmente nel 1989.

Quando il resto dell’Europa orientale aveva già sperimentato la fine dei regimi o l’avvio ben strutturato delle transizioni, la Romania iniziò a protestare contro Ceaucescu il 17 dicembre 1989. La Romania rappresentava l’ultima anomalia del blocco socialista: anche la sua transizione avrebbe fatto storia a sè. I militari rumeni si abbandonarono a duri massacri contro i manifestanti a Timisoara. Il dittatore, partito per una visita di Stato in Iran, fu di ritorno solo il 20 dicembre. La rivolta si era estesa alla capitale e a tutto il Paese.

Il 21 dicembre Ceaucescu arringò a Bucarest una folla di 100mila persone contro il neocostituito Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), formato da diversi membri di secondo piano dell’apparato e guidato da Ion Iliescu. Le forze armate rumene iniziarono a dividersi tra un blocco pro-regime e uno favorevole alla transizione. A decidere la partita fu il Minsitro della Difesa Victor Stanculescu, entrato in carica dopo la misteriosa morte del predecessore Vasile Minea nella notte tra il 21 e il 22 dicembre.

Fu Stanculescu a guidare il golpe interno alle forze armate che si risolse nell’arresto di Ceaucescu e nella sua fucilazione, assieme alla moglie Elena, nella giornata di Natale. Il “Natale di sangue” rumeno durò una settimana, causò oltre mille morti e si concluse con l’unica transizione violenta dell’Europa orientale. Una transizione operata dall’apparato che aveva fiancheggiato Ceaucescu per decenni e che riuscì a reinventarsi establishment democratico. Portando in eredità alla nuova Romania i problemi di cattiva gestione e corruzione del precedente regime.

Trent’anni dopo

Com’è la percezione dei rumeni dei fatti del 1989 trent’anni dopo? Se la dittatura di Ceaucescu fu opprimente, la democrazia non ha saputo risolvere molti problemi basilari del Paese. Molti rumeni hanno risposto a questa domanda emigrando a milioni nel resto d’Europa (principalmente Italia, Spagna, Regno Unito).

L’eterno ritorno dell’eguale: Ion Iliescu, primo presidente dell’era democratica, ha oggi 89 anni ed è sotto inchiesta per aver riciclato nelle forze politiche e di sicurezza numerosi membri della Securitate. “Ci sono ancora in servizio decine di uomini della Securitate che commisero delitti”, dichiara al Corriere della Sera Marius Oprea, presidente dell’Istituto di ricerca sui crimini del comunismo. “300mila morti, 650mila detenuti torturati, il 25% dei quali morì in prigione, 8mila esecuzioni sommarie” il retaggio di sangue e violenza su cui, in grande parte, è stato posto il silenzio. Un bilancio capace di fare impallidire analoghe e aberranti esperienze simili, come quello, vergognoso, della dittatura cilena.

La Romania ha conquistato la democrazia senza ottenere stabilità e benessere. I governi si succedono, travolti da scandali e lotte di bassa lega, corruzione e instabilità restano endemiche, Bucarest rimane una capitale con problemi sociali enormi, le infrastrutture del Paese, eccezion fatta per le regioni transilvane, sono precarie. Il passato non è ancora stato archiviato e il futuro stenta a materializzarsi. La Romania si spopola e non svolta definitivamente: le aspettative dei giovani scesi in piazza e massacrati nel “Natale di sangue” sono state, in larga parte, tradite dal riciclaggio di un’élite in larga misura complice col regime che si vanta, tuttora, di aver abbattuto.

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