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Vent’anni dopo l’ascesa al potere di Vladimir Putin, la Russia si presenta come una potenza regionale con crescenti ambizioni globali. L’efficacia con la quale, tra il 1999 e il 2000, l’ex-colonnello del Kgb ha riportato la Cecenia sotto il controllo di Mosca è stato solo il primo di una serie di successi che hanno trasformato un Paese sull’orlo del baratro in un protagonista indiscusso della scena internazionale.

La guerra in Georgia del 2008, l’annessione della Crimea nel 2014 e l’intervento in Siria a partire dall’anno successivo hanno consentito alla Russia di bloccare l’espansione della Nato nel suo “estero vicino” e recuperare l’influenza perduta in Medio Oriente, che rimane l’area geostrategicamente più importante del pianeta. La determinazione con la quale Putin, in nome del principio di non ingerenza negli affari interni, ha difeso Bashar al Assad dai tentativi di regime change in Siria ha inoltre reso Mosca un punto di riferimento essenziale per i governi autoritari di tutto il mondo. I successi sul fronte militare e diplomatico, ingigantiti da un moderno ed efficiente apparato di propaganda, sembrano proiettare la Russia verso un futuro in cui il ruolo di Mosca sarà sempre più determinante negli equilibri globali. Tuttavia, un’analisi delle caratteristiche geopolitiche del Paese ne rivela alcune importanti vulnerabilità che mettono un’ipoteca sui piani di grandezza del Cremlino nel medio e lungo termine.

La Federazione russa ha ereditato tutti i limiti strutturali della defunta Unione sovietica. Mosca continua ad esercitare la propria sovranità su un territorio eccessivamente esteso in relazione alla popolazione, ancora fortemente differenziata sotto il profilo etnico, sociale ed economico. Ciò rende onerosa la difesa dei confini nazionali, deficitarie le infrastrutture ed instabile la periferia, soprattutto nelle regioni in cui i russi etnici sono in minoranza. Repubbliche quali il Tatarstan e la Sacha (Jacuzia), oltre ad essere abitate in maggioranza da popolazioni di ceppo turco, presentano un reddito pro-capite superiore alla media nazionale in virtù delle ingenti risorse naturali di cui dispongono. Tuttavia, solo una parte degli introiti che ne derivano viene ridistribuita a livello locale, alimentando un sentimento separatista pronto ad esplodere nel momento in cui Mosca dovesse vedersi costretta a drenare risorse dalle regioni più ricche per far fronte a shock esterni. Peraltro, è proprio sul terreno economico che la Russia mostra i maggiori limiti rispetto al suo principale avversario strategico, gli Stati Uniti.

L’economia americana è 12 volte superiore a quella russa e il solo stato di New York, per non parlare del Texas e della California, produce più beni e servizi dell’intera Russia. L’implicazione di tutto ciò è che anche nel caso in cui, per assurdo, Mosca convertisse l’intera produzione economica in armamenti, agli Stati Uniti basterebbe meno di un decimo del loro Pil per avere, in valore assoluto, una spesa per la difesa superiore a quella della controparte.

Di fronte a una tale sproporzione di risorse, un’escalation delle attuali tensioni con Washington potrebbe rivelarsi fatale per Mosca come lo fu nell’ultima fase della guerra fredda. A metà degli anni ottanta del secolo scorso, l’aumento delle spese militari per far fronte alle sfide lanciate dall’amministrazione Reagan e la riduzione delle entrate dovuta al crollo del prezzo del petrolio, orchestrato ad arte da Stati Uniti ed Arabia Saudita, portarono l’Unione Sovietica al collasso economico e successivamente politico. La situazione attuale, caratterizzata da un crescente coinvolgimento di Mosca nelle varie crisi regionali e da un prezzo del greggio ormai stabilmente al di sotto degli 80 dollari al barile, presenta delle analogie con quella fase che lo stesso Putin sembra aver colto. Negli ultimi tre anni, infatti, la percentuale di spesa per la difesa della Federazione Russa è andata gradualmente riducendosi, a dimostrazione di come il 1991 sia ancora presente nell’immaginario di chi governa questo immenso quanto fragile impero esteso tra Europa ed Asia.

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