“L’obiettivo dei missili ipersonici è quello di mantenere la stabilità globale e l’equilibrio strategico”, ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin nel corso dell’intervista rilasciata a Tass per celebrare i 20 anni passati ai vertici politici della Russia. 20 anni nel corso dei quali il Cremlino ha incrementato le sue spese militari, specialmente per modernizzare e ristrutturare le forze armate dopo la lunga crisi economico-sociale che ha colpito il Paese dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Intervento massiccio che ha creato molta preoccupazione in Europa e negli Stati Uniti, specialmente a seguito della crisi dell’Ucraina e l’annessione -di fatto- della Crimea al territorio russo.

Missili ipersonici per la deterrenza

La preoccupazione per il riarmo nucleare e per la crescente spinta modernizzatrice delle forze armate sarebbe però infondata, quantomeno stando a quanto dichiarato da Putin che ha dal canto suo “accusato” gli americani di voler turbare l’equilibrio strategico tramite la realizzazione di nuovi sistemi di difesa antimissile. Lo sviluppo di testate ipersoniche sarebbe legato proprio a questa eventualità, poiché allo stato attuale delle capacità difensive degli Stati Uniti -e non solo- sarebbe impossibile intercettarle nella fase di rientro nell’atmosfera terrestre. Possedere armi ipersoniche equivarrebbe, secondo Putin, ad “assicurare la stabilità e la pace in tutto il mondo”.

Una tecnologia che vede la Russia primeggiare nel confronto con gli Stati Uniti, oltre che con la Cina, tant’è che già dalla fine dello scorso anno è stato attivato il primo reggimento dotato del sistema Avangard, mentre sono in fase conclusiva gli sviluppi dei missili ipersonici da crociera anti-nave Tsirkon e degli Icbm(Missile balistico intercontinentale) Sarmat. Un vantaggio consistente rispetto agli Stati Uniti, dove negli ultimi mesi il segretario alla Difesa Mark Esper ha chiesto al Congresso di stanziare più fondi per lo sviluppo di testate ipersoniche al fine di ridurre il gap con la Russia.

Un “nuovo” trattato Start?

Per evitare una costosissima corsa al riarmo che farebbe schizzare ancora più in alto il già elevato budget destinato al Pentagono, Donald Trump nell’ultimo colloquio avuto con Putin ha riaffermato la necessità di trovare un accordo per il disarmo nucleare. L’idea dell’inquilino della Casa Bianca, in parte condivisa anche dalla controparte russa, sarebbe quella di negoziare un nuovo accordo basato sui diversi rinnovi degli trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty). L’ultimo di questi, siglato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev, ha abbassato a 1.550 la quantità massima di testate e bombe nucleari a disposizione per entrambi i firmatari, riducendo anche il numero di Icbm, di Slbm (Missili balistici lanciati da sottomarino) e di bombardieri strategici impiegabili. Un accordo che scadrà il 5 febbraio 2011 (a 10 anni dall’entrata in vigore) vigore), ma che potrebbe essere esteso per altri 5 anni nonostante il fatto che Trump ha più volte aperto alla possibilità di un ritiro degli Stati Uniti, sulla falsariga di quanto fatto con il trattato Inf.

Il presidente russo si è detto pronto a convincere il suo omologo statunitense a estendere l’accordo del 2010, così come ha aperto alla possibilità di nuove trattative per venire incontro alle diverse necessità strategiche di Russia e Stati Uniti. Questo perché, come ha dichiarato lo stesso Putin, “rifiutare un prolungamento dell’accordo sarebbe un errore”, gettando le basi per una nuova corsa al riarmo che metterebbe a rischio la sicurezza mondiale. Ciò che manca al trattato Start siglato da Obama e Medvedev è la Cina, che invece Trump vorrebbe includere in un nuovo accordo sul controllo e la riduzione degli armamenti nucleari. Per trovare un compromesso trilaterale, però, ci potrebbero volere molti più mesi di quelli a disposizione di Trump, chiamato ad affrontare le elezioni presidenziali il prossimo novembre.

Probabilmente l’attuale trattato Start verrà esteso per altri 5 anni con qualche modifica minore prima dell’importantissimo appuntamento elettorale, anche perché se venisse rimandato il rischio sarebbe di arrivare a febbraio senza un accordo tra i due Paesi. Per coinvolgere la Cina, invece, servirebbe più tempo perché è difficile immaginare che Pechino accetti di non avere “voce in capitolo” nella stesura del trattato. Questo potrebbe essere uno dei temi centrali della prossima presidenza americana, a maggior ragione se Trump dovesse essere rieletto.

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