La notizia è fresca: la Russia ha pianificato esercitazioni congiunte e cooperazione militare con il Vietnam per i prossimi tre anni. Come riportato dalla Tass,  lo hanno dichiarato il ministro della difesa russo Shoigu e il presidente vietnamita Tran Dai Quang.

Al di là degli aspetti tecnici, l’ennesima tappa del flirt Mosca-Hanoi ha importanti ritorni strategici, contestualizzati in un panorama molto diverso da quello classico della Guerra fredda.

Il Vietnam ha stregato due generazioni: quella che ci ha fatto la guerra e quella che l’ha vista al cinema. In questo arco di tempo, è rimasto intorpidito nella retorica, fatta di bandiere rosse e sacrari, tanto gloriosi quanto lontani dai grandi giochi. Tra riforme e turismo però, con una rapida progressione, la tendenza si è invertita, fino a rompere l’isolamento di un Paese destinato a recitare ancora un ruolo importante negli orizzonti geopolitici asiatici.

Primo aspetto da considerare è il rapporto controverso con la Cina, sponsor cambogiano nella guerra del ’78, nemica diretta in quella del ’79 e da sempre antagonista per l’egemonia regionale.

Pechino oggi non è solo un polo alternativo al socialismo vietnamita, ma un vero competitor strategico. La legge Marittima adottata da Hanoi nel 2012 per rivendicare diritti sulle isole Paracel e Spratly è la prova che il Vietnam è di nuovo pronto alla sfida: la cessione coatta ai cinesi delle prime, avvenuta nel 1974, oggi sarebbe impensabile…

Il rapporto difficile ma parallelo fra i due Paesi ha attivato l’interesse degli Usa, ossessionati dal pericolo che un miglioramento delle relazioni renda Pechino onnipotente nella regione. Su questa base è facile capire il corteggiamento degli Stati Uniti, interessati ad inserirsi nell’area dopo la fuga del ’75: l’impegno di Washington per arginare la crescita di Pechino nel Mar Cinese Meridionale passa anche dalle relazioni con Hanoi, riallacciate nel ’95 e via via migliorate.

Gli scenari di oggi però, sono molto diversi da quelli di 50 anni fa.

Quando gli americani s’impantanarono in Vietnam, il peso geopolitico di quella fetta di mondo era relativo: Cina e India arrancavano e il boom economico del Far East era ancora fantasia. L’unica posta strategica che Washington si giocava (umiliazione militare a parte) era una tessera nel mosaico della Guerra fredda.

L’Asia di oggi è un’altra cosa: in mezzo secolo nessun continente è cresciuto tanto e il Vietnam si è adeguato. Hanoi ha copiato il modello vincente di economia social-capitalista di Deng Xiaoping e in meno di 20 anni si è trasformata in una capitale “normale”.

In questo contesto s’inserisce il ruolo della Russia, praticamente azzerato dopo la fine dell’Urss.

L’appoggio sovietico rientrava nella logica di contrapposizione geostrategica agli Usa, ma non aveva rilievi regionali al di là di una generica opposizione al maoismo cinese. Oggi invece, il ritorno di Mosca nel tropico asiatico si cala in uno dei più importanti crocevia di interessi economici e politici del mondo. Basti pensare che nel Mar Cinese Meridionale ogni anno passano merci per 5 mila miliardi di dollari.

Vale la pena rilevare che in Asia non ci sono importanti convenzioni o organizzazioni sovranazionali. Fatta  eccezione per l’Asean (di cui la Cina non fa parte), il grosso delle cooperazioni è stabilito con accordi bilaterali. In questo scenario il peso delle singole potenze è cruciale e la corsa a ritagliarsi ruoli e alleanze risulta frenetica. Le continue provocazioni fra marine militari USA e cinese degli ultimi mesi, sotto questo profilo, sono molto significative.

USA, Cina, Russia e Vietnam. Quali equilibri allora?

Nel quadro delle occhiatine tra Vietnam e Usa, il ritorno di Mosca non passa inosservato. La sua amicizia storica con Hanoi ha superato il trauma dell’implosione dell’Urss, riadattando la vecchia alleanza politico-militare con risultati ben visibili:

la base aeronavale di Cam Ranh Bay, abbandonata dai russi negli anni ’90, è tornata ad ospitare le navi di Putin senza bisogno di permessi speciali;le principali forniture militari continuano ad essere russe e aiutano a consolidare il Vietnam come potenza regionale.

L’appoggio di Mosca è alla base della trasformazione delle forze armate vietnamite da efficiente strumento di autodifesa a strumento di proiezione dinamico. Solo nel 2017 sarebbero 64 i carri T-90S russi arrivati ad Hanoi.

Ancora più importante risulta l’aiuto nell’evoluzione della Marina (Hải quân nhân dân): dal 2009 il Vietnam ha speso 3,2 miliardi di dollari per l’acquisto di 6 sottomarini Kilo (dotati di missili Klub) e per l’adeguamento di Cam Ranh Bay. Per l’anno in corso è previsto lo schieramento di tutte le 6 fregate Gepard, che portano a 24 le unità d’altura dotate di elevate capacità antinave. Le acquisizioni in campo missilistico, fra cui alcune batterie di S-300, fanno della flotta di Hanoi una forza capace di fronteggiare ogni minaccia.

La Russia dunque, stringendo col Vietnam non si limita a rioccupare lo spazio asiatico perso dal 1991. Stabilisce in realtà un’alleanza strategica di grande valore se posta in relazione ai nuovi equilibri subcontinentali.

Il rinnovato abbraccio Mosca-Hanoi incide in particolare sulla stabilità regionale in previsione di futuri attriti fra Cina e America. Archiviate le vecchie tensioni, la Russia di Putin gode di ottime relazioni con la Cina e si presenta come l’unico possibile moderatore delle tensioni crescenti nel Mar Cinese Meridionale.

Il dato assume ancora più rilievo in considerazione del raffreddamento dei rapporti tra gli USA e le Filippine di Duterte, sempre più interessato a collaborazioni con Mosca e Pechino, fino a ieri considerate un’eresia.

Il Vietnam è uscito dalla soffitta della Storia: l’acqua del Fiume Rosso oggi appare meno rossa ma sempre più veloce. Sono in molti ad averlo capito. Mosca però, sembra arrivata prima.

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