La Francia di Emmanuel Macron si prepara alle elezioni presidenziali in un contesto di forti tensioni internazionali, esacerbato dai recenti fallimenti nella sua politica estera. Macron nel 2017 si era presentato con un’ambiziosa agenda estera che poneva la Francia come motore e guida di un’Europa nuova e più forte, incardinata proprio su una politica di difesa comune più proattiva. Aveva anche ribadito la centralità del ruolo francese nell’Africa dell’ovest, mirando a rafforzare i rapporti tra l’Parigi e i paesi del G5 Sahel. Allora c’era chi parlava di un ritorno alla politica della grandeur. A distanza di cinque anni le ambizioni francesi sembrano essersi fortemente ridimensionate. Il 31 gennaio 2022 il Mali annuncia l’espulsione dal suo territorio dell’ambasciatore francese, mentre la PMSC russa Wagner fa il suo ingresso trionfale nel paese e dilaga un’ondata di propaganda anti-francese.

Se il Mali ha visto ben due colpi di stato nell’arco di due anni ora anche in Burkina Faso, un altro membro del G5 Sahel, c’è una giunta militare al governo. A settembre 2021 l’Australia denuncia un accordo con Parigi per la produzione di sottomarini Shortfin Barracuda Block 1A del valore complessivo di 90 miliardi. Sul fronte dell’industria della difesa europea non si registrano progressi significativi né per lo Scaf né per l’Mgcs, i due progetti europei più importanti in ambito aeronautico e terrestre. Il dossier libico rimane forse uno dei fallimenti più eclatanti: Parigi, capofila dell’intervento Nato del 2011, sembra aver ormai perso il suo peso politico nello scenario post-Gheddafi, scalzata da Turchia e Russia. In un simile contesto non c’è quindi da stupirsi che la Francia tenti di presentarsi come mediatore nel contesto delle crescenti tensioni fra Ucraina e Russia: Parigi ha bisogno di una vittoria, anche se puramente simbolica.



Il contesto dell’incontro Macron-Putin

L’incontro di lunedì sera tra Putin e Macron si è svolto in un clima glaciale. Il presidente Francese non è stato accolto, come da consuetudine, all’esterno del Cremlino. Putin lo aspettava all’interno e i due capi di stato si sono poi accomodati ai capi estremi di un tavolo di marmo bianco, a distanza di quattro metri l’uno dall’altro. L’incontro a porte chiuse è durato più di 5 ore, al termine del quale un presidente francese dai tratti tirati e dai movimenti convulsi è apparso in conferenza stampa. Se a Macron è stata poi offerta una coppa di Champagne, si trattava di un prodotto russo in palese riferimento alla decisone di Putin, risalente a luglio scorso, di adottare quella denominazione esclusivamente per prodotti di origine russa. L’incontro a Mosca è quindi avvenuto in un clima intimidatorio, dove Macron non ha potuto che cercare di prendere tempo. Se non ci è dato sapere di cosa abbiano discusso i due capi di stato nell’incontro a porte chiuse, possiamo però analizzare quanto è stato detto in conferenza stampa.

A fronte di una controparte Russa ostile e ancorata sulla sua posizione, a Macron è toccato il ruolo di negoziatore “di merito”, secondo la definizione data dall’Harvard Negotiation Project. Durante il suo discorso iniziale, così come nel rispondere alle domande postegli, il presidente francese ha sempre cercato di focalizzarsi sugli interessi delle parti e non già sulle posizioni. Ha parlato di opzioni e di “soluzioni innovative” più che di decisioni concrete. Ha poi ripetutamente sottolineato che si tratta di un processo lungo, i cui risultati non saranno immediati. Macron ha anche provato ad abbozzare dei criteri sui quali giudicare i risultati dei negoziati, che consistono nelle misure di de-escalation che verranno poi effettivamente messe in atto dai paesi coinvolti. Scindere gli attori dal problema, concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni, creare un gamma di opzioni e definire dei criteri oggettivi è esattamente quanto suggerito da Roger Fisher e William Ury in un libro del 1991, tradotto in italiano come “L’arte del negoziato”. Macron ha quindi seguito un copione ben rodato con un solo obiettivo, evitare uno scontro e riportare l’Unione europea al centro delle trattative marcando una distanza con le prese di posizione nette di Stati Uniti e Nato

I temi dell’incontro

Putin è stato chiaro ed ha formulato un lungo elenco di rivendicazioni russe: in primo luogo ha ribadito la sua opposizione alla politica delle porte aperte della Nato, definita come un’organizzazione “tutt’altro che pacifica” in riferimento all’Iraq, all’Afghanistan e alla Libia. Ha poi lamentato il mancato rispetto da parte dell’Ucraina degli accordi di Minsk e del Formato di Normandia (composto da Francia, Germania e i due paesi coinvolti). Ha inoltre chiarito che la Russia non cerca di provocare un conflitto, come d’altronde ha dimostrato imponendosi come forza di pace nel conflitto del Nagorno Karabakh. Ha però avvertito l’Unione europea che se l’Ucraina dovesse entrare a far parte della Nato, gli stati membri si troverebbero coinvolti, loro malgrado, in un conflitto con la Russia per il quale “non avrebbero il tempo di reagire”. Non ha quindi escluso un’invasione, adducendo che la Russia potrà dare rassicurazioni e garanzie in merito solo quando avrà ricevuto eguali rassicurazioni dalle controparti (Ucraina, Usa e Nato in particolare).

Come da manuale Macron ha adottato una postura ben diversa. Ha sottolineato come la Russia sia un paese amico e soprattutto europeo, e che, come tale, va trattato. Ha ribadito a più riprese che la soluzione è esclusivamente diplomatica e che richiede un ripensamento della convivenza tra Unione europea e Russia. Russia e Francia sono poi membri del P5, cioè hanno entrambe diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza all’Onu e che questo comporta una responsabilità comune. Macron ha quindi voluto sottolineare in primo luogo gli elementi in comune, richiamandosi a principi e valori universali, cercando di rifuggire la dicotomia fra nuove regole (cioè la fine della politica delle porte aperte della Nato) e nessuna regola (guerra). Non casualmente il presidente Francese ha citato il caso della Svezia e della Finlandia (entrambi membri dell’Ue, ma non della Nato) quasi ad alludere ad una possibile via di risoluzione del conflitto. Georgia, Moldavia e Ucraina sono poi apparse sullo stesso piano nel suo discorso, sempre in riferimento alla loro vicinanza all’Ue, pur essendo ex repubbliche sovietiche e quindi almeno parzialmente nella sfera di influenza russa. Dipanando quindi velatamente una serie di opzioni Macron ha poi sottolineato nel concreto come la de-escalation del conflitto sia essenziale, e possa passare solo attraverso quelle che vengono chiamate in gergo CBM (Confidence Building Measures, ossia Misure volte a rafforzare la fiducia). Limitare gli spostamenti di truppe ai confini, maggiore trasparenza sulle manovre militari e chiarezza sulle difese anti-missilistiche sarebbero i primi passi da adottare per una risoluzione delle tensioni attuali.

I primi, incerti, passi verso una soluzione politica europea?

L’incontro con il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky si è invece svolto in un clima ben diverso, con un Macron quasi sorridente e ben più sicuro di quanto non fosse apparso al Cremlino. Ha reso omaggio ai caduti ucraini, elogiando lo sforzo democratico di Kiev ed ha ribadito come Francia e Germania siano in prima linea per offrire il loro supporto a fronte di una postura russa definita come minacciosa. Macron ha poi espresso il suo apprezzamento per la “calma e il sangue freddo” mostrato dall’Ucraina. È quindi chiaro che la Francia cerca una soluzione politica nel quadro degli accordi di Minsk (del 2014) e del Formato di Normandia. L’insistenza su quest’ultimo punto è anche un chiaro messaggio agli Usa – e in conseguenza alla Nato – della volontà di Parigi di trovare una soluzione europea ad un problema inteso come prevalentemente europeo e solo parzialmente relativo all’alleanza atlantica. Si potrebbe quindi leggere il tour de force del Presidente francese come un tentativo di rilanciare l’Unione Europea, di cui Parigi ha la presidenza per sei mesi, come attore centrale. Se questo si avverasse potrebbe essere proprio la vittoria di cui l’Esagono e l’Ue hanno disperatamente bisogno, ma se così non fosse europeizzare il conflitto in Ucraina potrebbe comportare dei rischi che l’Unione Europea nel suo complesso non è preparata ad affrontare.

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