La discesa in campo di Eric Zemmour contro Emmanuel Macron, Marine Le Pen e gli altri candidati per la presidenza francese a quattro mesi dal primo turno della competizione per l’Eliseo ha fatto molto discutere e si inserisce nel quadro di un generale spostamento a destra dell’opinione pubblica transalpina. Uno spostamento a destra che mesi di martellanti show politici da parte del tribuno e ideologo identitario hanno accelerato ma di cui, paradossalmente, il vero vincitore potrebbe essere il presidente in carica, in una fase che lo vede in declino in termini di credibilità politica e consensi.

Le elezioni amministrative estive avevano visto il partito di Macron, La Republique En Marche!, sconfitto sonoramente e l’emersione dei Républicains come principale forza potenzialmente in grado di togliere l’Eliseo al suo attuale inquilino. Inoltre, Macron ha dovuto sopportare diverse problematiche, dal carovita al ritorno di fiamma della pandemia, che ne hanno minato l’agenda. Tuttavia, la discesa in campo di Zemmour ha portato i piani degli avversari di Macron ad essere profondamente trasformati.

I problemi della destra transalpina

In primo luogo, il duello nel campo sovranista e identitario tra Zemmour e Marine Le Pen si è sommato alle incertezze dei gollisti nella ricerca di un candidato ideale per l’Eliseo. La sindrome della sinistra ha colpito la destra francese, divisa tra poli diversi e inconciliabili tra di loro e colpita più dello stesso Macron dal ciclone Zemmour, che si muove per costruire un’egemonia trasversale tra gollisti e identitari, appartenenti a poli estremamente rivali nell’attuale panorama francese. “A Zemmour interessa costruire qualcosa sulle ceneri dei Républicains e del Rassemblement national. Non è sulla linea di unione delle destre nel senso di unione delle strutture. È per questo motivo che ha bisogno di creare il proprio partito, per aggregare quelli che vorrebbero lavorare con lui”, ha detto all’Express un fedelissimo del polemista.

In secondo luogo, i Republicains stessi devono vedersela con una complessa dicotomia: un elettorato moderato e trasversale si somma a una base spostata più a destra, che potrebbe spaccarsi di fronte al ciclone Zemmour. Del resto fonti golliste hanno certificato a Il Foglio che “dopo le primarie dei Républicains (Lr) potrebbe esserci una diaspora dell’ala destra del partito gollista verso il lido zemmouriano. A partire da Laurent Wauquiez ex presidente dei Republicains e alfiere dell’ala sovranista, che Zemmour vedrebbe bene come suo primo ministro”. Il primo turno delle primarie ha segnalato l’esistenza di una polarizzazione interna al partito: Eric Ciotti, deputato di Nizza che ha sostenuto in passato la necessità di fare i conti con l’estrema destra, è arrivato in testa al primo turno delle primarie interne dei Républicains con il 25,59% dei voti degli iscritti, mentre al secondo posto si è classificata alérie Pécresse, presidente della regione Ile-de-France, rappresentante di una destra più classica. Sconfitto a sorpresa, invece il favorito Xavier Bertrand, quarto con il 22,3% superato anche dall’ex negoziatore per la Brexit Michel Barnier. La somma dei moderati Pecresse-Bertrand-Barnier appare maggiore della quota di consensi di cui Ciotti potrà beneficiare al ballottaggio di sabato, ma si è segnalata senz’altro l’esistenza di una forte componente dei Repubblicani non ostile al tribuno Zemmour.

In secondo luogo, la polarizzazione del dibattito su questioni identitarie, sociali, culturali può portare a un effetto-slavina quando si avranno i ballottaggi presidenziali. In quest’ottica, Macron può essere potenzialmente in grado di ottenere una rielezione arrivando al ballottaggio e facendo leva sull’elettorato moderato contro qualsiasi candidato della destra riuscirà a sfidarlo alle presidenziali.

Il nodo dei temi

In terzo luogo, il maggior componente critico della sfida della destra a Macron si è sostanzialmente depotenziato per scelta di chi avrebbe dovuto guidare la critica al presidente: i temi delle disuguaglianze tra Francia profonda e metropoli, gli impatti della crisi, le questioni legate allo sviluppo del Paese, alla transizione digitale ed energetica, al ruolo di Parigi in Europa hanno occupato un posto secondario nel dibattito. Ed è stata respinta con perdite la timida ma interessante strategia con cui partiti come il Rassemblement hanno provato a strutturare un discorso politico su questi temi. Chiaramente, rimossi questi elementi la principale carica polemica anti-Macron viene meno. Zemmour è entrato in campo sciorinando un misto di teorie del complotto e visioni apocalittiche su questioni identitarie, paventando l’idea di una Francia “sommersa” dall’immigrazione e che per questo rischia di “perdere la sua identità” sotto l’influenza dell’Islam, da lui considerato “incompatibile” con i valori occidentali. I suoi feroci attacchi all’establishment politico e le controverse proposte sull’immigrazione e l’identità francese hanno da tempo attirato l’attenzione dei media, ma ad ora manca una pars costruens nel suo programma politico.

In un certo senso, il divisionismo della destra ha contribuito a polarizzare la società francese portando molti critici di Macron sul fronte opposto, quello di una sinistra che appare sempre più in crisi, ad essere sempre più propensi a votarlo in un eventuale ballottaggio. Chiaramente questa dinamica va letta alla luce della struttura del sistema politico francese: in Italia, ad esempio, la divisione tra più forze di destra non è di per sé un rischio per il campo nel suo complesso perché la presenza di un sistema elettorale basato su elezioni parlamentari e, soprattutto, la creazione delle coalizioni al momento del voto permettono l’unione delle differenti aree politiche.

In Francia, invece, l’elezione del “monarca repubblicano” avviene tramite incoronazione diretta dall’elettorato che, come si suol dire, al primo turno vota il candidato preferito, al secondo elimina quello giunto al ballottaggio che meno gli va a genio. E sia Zemmour che Le Pen appaiono al centro del mirino, mentre la formazione che può guidare la destra a sconfiggere Macron, i Repubblicani, è stata presa in contropiede dalla discesa in campo dell’ex editorialista di Le Figaro. Esiste dunque un equilibrio situazionista che può favorire Macron in una fase in cui rischi economici, tensioni sociali e sfide pandemiche ne mettono a rischio la tenuta dell’agenda politica. L’estremismo e la marginalizzazione dei moderati, guidati soprattutto dall’ascesa di Zemmour, potrebbero aver dunque fornito un assist decisamente ghiotto per un gol a porta vuota a Macron mentre la corsa all’Eliseo sta entrando nei suoi mesi decisivi.

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