Sandro Gozi del Partito democratico entra nella squadra di Emmanuel Macron. La notizia sorprende, ma fino a un certo punto, visto che lo stesso rappresentante democratico era un affiliato a La Republique En Marche per le elezioni europee del 26 maggio. Ma se non sorprende la notizia, quello che stupisce è in realtà l’assoluta serenità con cui viene giustificata la scelta, ammantandola come un’estrema difesa dell’europeismo. Insomma: nonostante tutto, il presidente francese è ancora considerato l’alfiere dell’Unione europea, il simbolo, il leader di un europeismo che trova nel mondo moderato la sua massima espressione. E così, passare nella squadra di Macron equivale a essere un difensore dell’Europa. Del resto lo ha ribadito lo stesso Gozi a La Stampa: “Siamo noi i veri sovranisti”, in riferimento al fatto che sia proprio il gruppo che fa capo a Macron in Europa a difendere gli ideali di un continente sovrano e indipendente.

Tutto estremamente affascinante: ma poi esiste la realtà. E la realtà, inutile dirlo, è ben diversa da quella descritta da Gozi e di chi  si ostina a considerare l’Eliseo come il contro propulsore di un’Europa unita. Perché Parigi è tutto meno che una capitale dell’europeismo. Anzi, semmai è vero il contrario: Macron è alfiere (come giusto che sia) solo dell’interesse nazionale francese e dell’establishment a cui fa riferimento. Punto. E chi pensa il contrario, o è estremamente ottimista o estremamente superficiale. Oppure, terza ipotesi, in malafede.

Il presidente francese, da quando è arrivato all’Eliseo, non ha fatto altro che dimostrare tutto il suo essere “nazionalista”. E non ha mai fatto nulla di veramente europeista, se non per pura facciata. Lo ha reso evidente con la politica migratoria, con i migranti respinti tra Mentone e Ventimiglia, la sospensione dell’Area Schengen, le accuse nei confronti del governo italiano e il doppiopesismo sui metodi transalpini. Lo ha fatto con la Libia, dove ha mandato avanti (ribadiamo, giustamente dal suo punto di vista) una politica estremamente favorevole agli interessi francesi e contraria a quelli italiani in quanto potenza rivale nello scacchiere nordafricano. Lo ha fatto nell’ambito della Difesa, dove ha perorato cause “europeiste” esclusivamente allo scopo di sostenere l’industria bellica d’Oltralpe e proporre una difesa comune europea guidata da Parigi, vero obiettivo strategico di tutte le amministrazioni parigine. Non si può poi dimenticare la politica monetaria: fortemente orientata al doppio binario dell’attacco sul deficit degli altri (con Pierre Moscovici come arma) e ampiamente lassista sul proprio. Se a questo si aggiunge la politica industriale (con gli sgarbi all’Italia e l’asse con la Germania) e il Trattato di Aquisgrana che di fatto esclude l’Italia dal potere decisionale europeo, ci si rende conto che la strategia di Parigi è sempre stata esclusivamente votata all’interesse nazionale. E chiunque pensa che Macron sia europeista, di fatto si dimentica cosa sta avvenendo da qualche anno a questa parte.

Eppure, nonostante tutto, Macron è ancora considerato da una larga parte del centrosinistra italiano come un vero e proprio simbolo dell’Europa. L’asse tra Eliseo e Partito democratico diventa ogni mese più salda – e Gozi non è che l’esempio – e nel frattempo, una parte sostanziale dell’industria italiana politicamente affine ai democratici preme per un allineamento con il presidente francese. Il mondo politico ed economico, così come quello di una larga parte della cultura e dei media italiani sostiene la necessità di un’alleanza con Macron ma non inteso come asse tra Italia e Francia, ma come sostegno a un leader che di fatto è tutto fuorché europeista. Ma evidentemente, tra illusione e malafede, nessuno fa i conti con quella che è la realtà: Macron non è un leader europeista. E la domanda che tutti devono porsi adesso è un’altra: perché una parte d’Italia vuole ancora credere a questa pia illusione? L’impressione è che anche nel nostro Paese ci sia qualcuno più realista del re-

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