Le sorti della Siria continuano ad infiammare gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Iran, Russia e Turchia hanno ribadito il proprio impegno, in una dichiarazione congiunta diffusa ai margini del terzo incontro del Comitato Costituzionale della Siria, a garantire la sovranità, l’indipendenza e l’unità territoriale di Damasco. Il trio ha ribadito la propria determinazione nel contrastare il terrorismo ed il separatismo in tutte le sue forme e nel voler sconfiggere lo Stato Islamico, il fronte di Al-Nusra e tutti i gruppi armati afferenti alla galassia jihadista. I tre Paesi hanno inoltre espresso la propria opposizione all’accordo, definito “illegale”, stipulato tra un’azienda americana ed i curdi dell’YPG e che dovrebbe portare allo sfruttamento delle risorse petrolifere siriane da parte statunitense.

Le azioni del Cremlino

Una serie di incidenti ha visto coinvolte le forze americane nella Siria nord-orientale. Nel febbraio del 2018 un gruppo di mercenari russi ne aveva attaccato le posizioni, situate vicino ad un giacimento petrolifero, per essere poi respinto dopo aver subito gravi perdite. Alcuni giorni fa gli uomini di Washington erano stati oggetto di colpi di artiglieria sparati dalle forze di Bashar al-Assad. Ha suscitato particolare scalpore lo scontro tra veicoli corazzati russi ed americani in una zona desertica: la Russia ha reso noto che i militari americani stavano ostruendo il lavoro di una pattuglia mentre fonti di Washington hanno riferito che le forze russe avrebbero violato “una zona di sicurezza” da cui dovevano restare fuori. Sembra ormai chiaro che Mosca abbia tutta l’intenzione di velocizzare un possibile ritiro americano dalla Siria. La Federazione Russa ha potenziato le attività navali nel Mediterraneo orientale, un’area in cui gli interessi russi non sono limitati alla Siria ma includono anche l’Egitto, il Canale di Suez e la Libia e ciò rischia di minacciare le posizioni delle Forze Nato creando forti tensioni.

La visione turca ed iraniana

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva affermato, nel marzo del 2020, che i proventi derivanti dal petrolio siriano avrebbero dovuto essere utilizzati per ricostruire il Paese e queste parole avevano messo in allarme le forze curde, che vedevano messa a rischio la propria presenza. Erdogan, che aveva citato le città siriane di Qamishli e di Deir al-Zour, entrambe sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF), aveva spiegato di aver condiviso la sua idea con l’omologo Vladimir Putin ed aveva affermato di poterlo fare anche con Donald Trump. Secondo Omar Abu Layla, direttore della testata Deir Ezzor 24 e sentito da Voice of America, “la Turchia vuole convincere Washington a collaborare” ma non sarebbe in grado di “persuadere Washington a facilitarne in Siria orientale. Per Joe Macaron, analista esperto di Medio Oriente impiegato presso l’Arab Center di Washington (e sentito da Arab News) Erdogan potrebbe affrontare la questione del contratto petrolifero americano in una fase successiva, approfittando di un cambiamento delle politiche dell’amministrazione Trump in Siria o in caso di sconfitta di Trump alle elezioni presidenziali.

Seyed Abbas Mousavi, portavoce del Ministero degli Esteri dell’Iran, ha condannato l’accordo petrolifero tra gli Stati Uniti ed il gruppo siriano definendolo in contrasto con la legge internazionale ed una violazione della sovranità ed integrità territoriale della Siria. Sembra improbabile, però, che Teheran possa andare oltre: la crisi dell’economia interna, il disastro umanitario provocato dalla pandemia e le sanzioni petrolifere americane costringono Teheran a guardare a quanto accade dentro i confini nazionali.

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