A Tunisi è partito il forum che riunisce almeno 75 delegati libici il cui obiettivo è arrivato a un piano condiviso per il Paese nordafricano. Il vertice, i cui lavori sono stati aperti dal presidente tunisino Kais Saied e dall’attuale reggente della missione Onu in Libia, la diplomatica statunitense Stephanie Williams, arriva dopo settimane di intensi colloqui politici. Dal dialogo del cosiddetto “5+5” di Ginevra, passando per l’annuncio di un cessate il fuoco ad agosto fino ai vertici tenuti in Marocco e in Egitto, diverse le pedine mosse sullo scacchiere libico. Ma sono tante anche le incognite ancora presenti. Davvero cambierà qualcosa nell’immediato in Libia?

Al Sarraj rimane al timone

In primo luogo, a dispetto degli annunci del diretto interessato, non è cambiato il governo di Tripoli. Il premier Fayez Al Sarraj a settembre aveva dichiarato di lasciare la guida dell’esecutivo il 31 ottobre. Il tutto per lasciare spazio a una nuova compagine governativa e a un nuovo consiglio presidenziale. Ma né un nuovo esecutivo e né tanto meno un nuovo consiglio hanno visto la luce. Così come del resto era prevedibile. I contatti a livello diplomatico a ottobre sono entrati sì nel vivo, ma in attesa del vertice di Tunisi e delle elezioni americane era impensabile giungere ad accordi in grado di dare alla Libia un nuovo assetto. All’approssimarsi poi del 31 ottobre, da più parti, sia da Tripoli che dall’estero, sono arrivati appelli all’attuale premier affinché rimanesse ancora al suo posto.

E così è stato. Il giorno delle ipotetiche dimissioni tramite un tweet il portavoce del governo libico, Galib Al-Zaklai, ha confermato il mancato passo indietro di Al Sarraj. Quest’ultimo ha dichiarato di rimanere in sella fino al sopraggiungere di accordi in grado di dare alla Libia un nuovo assetto governativo in vista delle possibili elezioni del 2021. In poche parole, il timore principale che ha fatto rimanere per il momento Al Sarraj al governo è dato da un possibile vuoto di potere. 

Il vertice di Tunisi

Molte speranze nelle settimane scorse sono state riposte nell’appuntamento della capitale tunisina. Il vertice è stato paragonato a una sorta di “mega riunione” in grado di rappresentare molti attori libici. Dalle fazioni politiche, passando per le tribù e per i gruppi delle tre regioni storiche che compongono il Paese, fino ad arrivare agli esponenti della società civile. Un alto livello di rappresentabilità, che nelle intenzioni soprattutto dei vertici della missione Onu dovrebbe garantire accordi il più possibile condivisi per ricomporre il puzzle libico e fermare la guerra. Ma la strada è tutt’altro che in discesa. Anzi, nelle ore che hanno preceduto il via ai lavori non sono mancate defezioni e rinunce importanti. Ci sono ad esempio i Tuareg che hanno chiesto maggiore rappresentanza per le loro tribù e per le province del Fezzan, dalla Cirenaica alcuni esponenti hanno fatto sapere di non voler sedersi allo stesso tavolo con i Fratelli Musulmani e, viceversa, membri della fratellanza non vorrebbero stare fianco a fianco con persone vicine al generale Haftar. Non è detto quindi che si arrivi a un accordo e, se eventualmente raggiunto, non è detto che da Tunisi esca fuori un documento realmente in grado di unificare la Libia.

Bashaga ricevuto a Il Cairo

Per adesso i mutamenti più importanti sono giunti dal Marocco e dall’Egitto. Qui tra settembre e ottobre a più riprese sono stati organizzati incontri che hanno visto il coinvolgimento di membri del Consiglio di Stato, una sorta di Camera Alta stanziata a Tripoli e vicina ad Al Sarraj, e della Camera dei Rappresentanti, il parlamento con sede nell’est della Libia. Quando poi nelle settimane scorse una delegazione del Consiglio di Stato è stata ricevuta a Il Cairo, si è capito che qualcosa in direzione di un accordo si stava muovendo. L’Egitto infatti appoggia Haftar, così come è stretto alleato di Aguila Saleh, presidente della Camera dei Rappresentanti. Il fatto che da Tripoli siano partiti aerei in direzione della capitale egiziana ha dato ampio credito a voci circa possibili imminenti svolte.

E in parte così è stato, visto che il 4 novembre proprio in Egitto si è avuta la visita del ministro dell’Interno libico, Fathi Bashaga. Quest’ultimo, oltre ad essere un attore molto vicino alla Turchia, ai ferri corti con Il Cairo, è uno dei massimi rappresentanti del governo di Al Sarraj e quindi dell’esecutivo non appoggiato dalle autorità egiziane. Possibile quindi che altri importanti accordi siano alla portata della diplomazia e che lo stesso Bashaga provi a far da collante tra le varie fazioni e ad accreditarsi come figura affidabile in seno alla comunità internazionale per il dopo Al Sarraj.

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