Le strade di Downtown, al Cairo, sono tornate a intonare gli slogan che infiammavano le piazze nel 2011,quando quella che fui poi battezzata come la Primavera egiziana chiedeva che Hosni Mubarak lasciasse la guida del Paese, accettando il verdetto delle piazze.Le parole scandite questo venerdì erano le medesime, ma diversa era la ragione che accendeva gli animi, scaldati da una recente visita del re d’Arabia Saudita e da una ferita aperta nei sentimenti nazionalisti di molti. Lo sbarco al Cairo di Salman è stata la conferma di un rapporto privilegiato con quelle monarchie del Golfo che dal golpe del 2013, ovvero da che i militari hanno scalzato dal suo posto il presidente Muhammad Mursi, irrorano di petrodollari l’economia egiziana.L’arrivo in Egitto del monarca di Riyad è stata l’occasione per una serie di promesse, da progetti per lo sviluppo della penisola del Sinai alla costruzione di un ponte che unisca i due Paesi, ma pure il momento per annunciare il “passaggio di proprietà” di due isole, quelle di Tiran e Sanafir, il cui nome è legato saldamente alla storia della regione negli ultimi decenni.IsolePoste tra l’estremità orientale del Sinai e le propaggini occidentali dell’Arabia Saudita, Tiran e Sanafir, disabitate, “fanno la guardia” al Golfo di Aqaba. Sorvegliano il passaggio per i porti di Aqaba ed Elat (in Giordania e Israele), e dopo la stretta di mano tra Salman e il presidente al-Sisi sventolano bandiera saudita, per via di una re-definizione dei confini marittimi maldigerita dagli egiziani.Le piazze di Alessandria e del Cairo, ma pure di altre grandi città d’Egitto, gridavano questo venerdì alla mercificazione di un lembo di terra che ha una storia complicata e che considerano il proprio. Che ora potrebbero vedersi portar via se il parlamento non si opporrà.Quando nel 1967 scoppiò la Guerra dei Sei giorni, la Naksah (Disfatta) degli arabi, una delle ragioni addotte da Israele fu il blocco degli Stretti di Tiran da parte del regime nasseriano, mossa che impediva il libero accesso alle acque del Mar Rosso. Se al Cairo pensano alle due isole come parte integrante della nazione egiziana, i sauditi hanno sempre guardato a Tiran e Sanafir come a un leasing al Paese vicino, perché lo proteggesse da eventuali mire israeliane. Un contratto che in Egitto considerano firmato con il sangue di troppi soldati perché Salman possa pretendere indietro il “bene”.Sebbene la portata delle manifestazioni di venerdì non sia numericamente in nulla comparabile con quelle del 2011, è comunque significativa, anche per la partecipazione – accanto a opposizione e membri dei fuorilegge Fratelli musulmani – di una parte di opinione pubblica che negli ultimi anni ha sostenuto strenuamente la nuova leadership del Cairo.Alla più specifica questione delle isole, punto d’orgoglio nazionale, si sommano in questi giorni altre questioni irrisolte, dal caso Regeni a un’economia che attraversa un momento di grande difficoltà. Con un turismo segnato da una percezione di crescente insicurezza, la cessione delle isole potrebbe assestare un altro duro colpo. Sulla stampa egiziana non mancano le rimostranze delle agenzie turistiche, che ritengono che in futuro non potranno più accedere liberamente a Tiran e Sanafir, tradizionali mete di immersione per i turisti dei resort del Sinai.Sono stati più di cento gli arresti venerdì, molti al Cairo, dove la protesta si è radunata di fronte al Sindacato dei giornalisti, non lontano dall’iconica piazza Tahrir. I manifestanti hanno promesso di tornare il prossimo 25 aprile, nel Giorno della liberazione del Sinai, che ricorda il ritiro dalla penisola degli israeliani, avvenuto nel 1982 sulla scorta degli Accordi di Camp David.In un recente discorso televisivo, al-Sisi ha parlato di “una cospirazione in atto” sul futuro di due isolotti e detto che le trattative per Tiran e Sanafir erano già avviate quando lui era ancora nei ranghi dell’esercito. Non è chiaro quale peso possano avere, oggi, proteste come quelle che si sono viste venerdì. Ma palese è la speranza di chi è sceso in piazza. “Oggi il nostro messaggio è che siamo ancora vivi – ha detto al quotidiano Al Ahram un manifestante al Cairo -. Lo Stato sappia che non può fare ciò che vuole”.

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