Donald  Trump ha deciso di sospendere la certificazione trimestrale dell’accordo che era stato trovato nel 2015 con la Repubblica Islamica d’Iran. La responsabilità finale circa l’uscita definitiva degli States dall’accordo spetta ora esclusivamente al Congresso Usa. Niente di strano e inaspettato. Il tycoon fin dalla sua campagna elettorale ha definito “imbarazzante” l’accordo siglato tra l’amministrazione Obama, cinque Paesi (Germania, Regno Unito, Francia, Cina e Russia) e l’Iran.

Le motivazioni Usa per lasciare l’accordo non sono credibili

Ufficialmente Donald Trump vuole recedere dall’intesa perché l’Iran non rispetterebbe “i principi sottesi all’accordo” oltre al fatto che Teheran è “sponsor del terrorismo” ed è uno “Stato canaglia”. Motivazioni che appaiono quanto mai contestabili. L’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica ha infatti controllato per ben otto volte il rispetto da parte dell’Iran di tutti gli impegni presi sul fronte nucleare, smentendo così i sospetti del tycoon.

Anche le accuse circa la sponsorizzazione del terrorismo risultano essere parte più di uno studiato linguaggio retorico, piuttosto che di concrete prove, considerato anche l’impegno iraniano nella lotta all’Isis. Per trovare delle motivazioni più credibili sull’eventuale uscita americana dall’accordo, occorre osservare più sottilmente le ripercussioni economiche di quest’atto.

Le aziende europee fanno affari d’oro in Iran

Sappiamo infatti, grazie a Bloomberg e confermato da The Daily Star, che sono state molte le compagnie europee ad aver ottenuto profitti dall’apertura del mercato iraniano. Un risultato divenuto possibile proprio grazie all’accordo del 2015 che poneva fine al regime di sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica. La francese Total solo lo scorso luglio 2017 firmava un contratto di 4,8 miliardi di dollari proprio con Teheran. Nel 2016 è invece stato il turno della tedesca Siemens, il cui contratto con l’Iran veniva valutato nell’ordine tra 1,5 e 2 miliardi di dollari.

Un business che potrebbe subire una brusca frenata d’arresto qualora gli Stati Uniti reintegrassero il pacchetto di sanzioni contro Teheran. Anche l’Italia è coinvolta nella partita iraniana con il Gruppo Azimut. Solo lo scorso week end il Gruppo italiano annunciava l’acquisto del 20% degli asset della compagnia iraniana Mofid Entekhab. Scelta che secondo l’amministratore delegato Azimut, Sergio Albarelli, è stata presa “assumendo rischi”. Secondo Bloomberg gli Stati europei, in caso di uscita americana dall’accordo, non avrebbero nemmeno la forza di appellarsi all’Organizzazione Mondiale del Commercio e lascerebbero così la questione su un piano prettamente politico.

La Germania è il primo partner commerciale di Teheran

I danni di questo ricadrebbero, oltre che sul mercato europeo in generale, maggiormente sulla Germania. Berlino è infatti il principale partner commerciale europeo di Teheran. Basti pensare che dopo la fine del regime di sanzioni nel 2015, l’export tedesco verso l’Iran è aumentato del 26%, con Siemens e Mercedes-Benz a primeggiare per profitti in questa relazione bilaterale. La scelta americana potrebbe essere dunque dettata anche dalla volontà di infliggere un duro colpo all’export tedesco.

In tempi non sospetti Donald Trump si era infatti lamentato con Angela Merkel, del fatto che fosse “molto difficile vedere Chevrolets in Germania e di contro molto facile osservare Mercedes-Benz sfrecciare nella Fifth Avenue di New York”. Piccata era stata la replica del CEO di Siemens che aveva così dichiarato: “Dobbiamo fare ancor più export finché non ci saranno tante Mercedes a New York quanti Iphone in Germania”. L’accordo nucleare con l’Iran diventa dunque una questione molto più sottile rispetto a quello che viene dipinto come il capriccio di Donald Trump. C’è in ballo il futuro del business europeo in Iran e il destino dell’export tedesco, che per Washington è sempre stato una minaccia. 

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