Ora che l’epicentro della pandemia di Covid-19 si è spostato in America Latina, anche la cosiddetta “diplomazia delle mascherine” cinese ha cambiato il suo raggio d’azione. Se tra marzo e aprile Pechino ha spedito in Europa decine di tonnellate di dispositivi di protezione individuali, tra ventilatori polmonari, tute, guanti, occhiali e mascherine varie, adesso che nel Vecchio Continente la situazione sanitaria è sotto controllo, il Dragone è pronto a fare il bis nel “cortile di casa” degli Stati Uniti.

A dire il vero, negli ultimi anni, i tentacoli cinesi si erano già allungati verso i Caraibi e dintorni, seppur in ottica commerciale. L’intenzione del gigante asiatico, neanche troppo velata, coincideva con la volontà di Xi Jinping di espandere l’influenza della Repubblica popolare in una zona storicamente e da sempre vicina a Washington.

I rapporti tra i Paesi latinoamericani e il governo americano non sono sempre stati idilliaci. Soprattutto, non tutti i governi della regione hanno dimostrato di apprezzare la politica statunitenese. Anzi: più volte, alcuni Stati dell’America Latina e della fascia caraibica hanno denunciato il comportamento “imperialista” degli “Yankee”. È il caso, ad esempio, del Venezuela e di Cuba. Tuttavia, accanto ai dissidi ideologici e politici, sono emerse anche tensioni di natura economica con amministrazioni regionali che niente avevano (e hanno) a che fare con il socialismo.

La presenza cinese in America Latina

La Cina ha colto la palla al balzo. La presenza di Pechino in America latina è silenziosa ma sempre più fastidiosa per i piani geopolitici della Casa Bianca. Sia chiaro: l’influenza americana, in quello che Washington ha sempre considerato il suo “cortile di casa”, è scemata a partire dalla fine della Guerra Fredda. Con la caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno perso interesse nella regione, presto sostituita dall’Eurasia in cima alla lista delle aree strategiche più rilevanti per la politica nazionale.

Le praterie dell’America Latina si sono ulteriormente svuotate dell’influenza Usa con l’elezione di Donald Trump. Da quel momento in poi è partita la controffensiva cinese, con il Dragone abile a riempire i vuoti lasciati dai rivali. I numeri sono imponenti. Tra investimenti e prestiti, la Cina ha riversato nella regione centinaia di miliardi di dollari. Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2017 Pechino ha investito in loco la bellezza di 109 miliardi; a partire dal 2005, invece, Development Bank ed Export-Import Bank of China hanno erogato 141 miliardi di prestiti, l’87% dei quali destinati a progetti infrastrutturali ed energetici. A proposito di prestiti, i soldi provenienti dalla Città Proibita hanno superato la quantità dei prestiti combinati dalla Banca interamericana di sviluppo, della Banca Mondiale e della Banca latina di sviluppo.

Il Dragone avanza

Tornando al presente, il Sars-CoV-2 ha messo in ginocchio l’America Latina, tanto dal punto di vista sanitario quanto da quello economico. La Cina appare adesso ben posizionata per capitalizzare diversi vantaggi geopolitici da una situazione del genere. In altre parole, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti in America Latina regala al governo cinese l’opportunità di stringere i muscoli, far vedere al mondo intero la qualità della propria leadership in ambito internazionale, accrescere la propria presenza commerciale e l’influenza politica nella regione e, last but not least, farsi beffe dei rivali statunitensi.

Il Dragone ha traslato la diplomazia delle mascherine in questa parte di mondo, ottenendo subito un ottimo fedback da parte dei governi locali. L’Argentina, ad esempio, lo scorso 13 aprile ha ricevuto diversi scatoloni colmi di mascherine chirurgiche e attrezzature mediche. La merce, racconta il South China Morning Post, era accompagnata da un’etichetta riportante una frase del poema argentino El Gaucho Martín Fierro. Inoltre, accanto a due bandiere, una argentina e l’altra cinese, si potevano leggere le seguenti parole: “fratellanza” e “vera unione”. Immediata la risposta alla Cina di Felipe Sola, ministro degli Esteri argentino: “Grazie per la solidarietà. Nessuno può salvarsi da solo”.

Assistenza sanitaria: un confronto impari

Molti esperti sono convinti che, al termine della pandemia di Covid-19, la presenza cinese nell’emisfero meridionale sarà destinata ad aumentare. Considerando poi le quasi inesistenti contromosse americane in materia di aiuti sanitari, in America Latina c’è la percezione che Pechino abbia ormai estromesso Washington.

Secondo i dati diffusi dal dipartimento di Stato Usa, l’amministrazione Trump ha allocato 247 milioni di dollari in progetti di assistenza sanitaria e aiuti da distribuire in tutto il mondo. Eppure, in America Latina e Caraibi, ha ben evidenziato Limes, la posizione americana non è delle migliori. Aiuti umanitari statunitensi per 8,5 e 9 milioni di dollari sono finiti rispettivamente in Colombia e Venezuela; per il resto è da segnalare l’assistenza sanitaria a Giamaica (700mila dollari), Haiti (2,2 milioni), Isole dei Caraibi orientali (1,7 milioni) e Paraguay (1,3 milioni).

Scendendo nel dettaglio, e confrontando l’entità degli aiuti donati dalle due superpotenze ai governi latinoamericani, notiamo come la Cina abbia surclassato gli Stati Uniti. I dati del Wilson Centre, aggiornati al 2 giugno, parlano chiaro. Il Brasile ha ricevuto da Pechino 911mila strumenti di protezione, 29,600 kit per effettuare test e 94 tra ventilatori e altri apparecchi; al Messico sono andati 250mila strumenti protettivi, 100mila test e 1.280 ventilatori. La lista prosegue con la Colombia (oltre 970mila mascherine, 30mila kit e 500 apparecchi), Argentina (oltre 650mila strumenti di protezione, più di 53mila kit e 723 ventilatori) e Perù (616mila mascherine, 60mila kit e 636 ventilatori).

Questi stessi Paesi, dagli Stati Uniti, hanno ricevuto molto meno. Il Brasile si è dovuto accontentare di 2milioni di dosi di idrossiclorochina e mille ventilatori; il Messico di mille strumenti di protezione e mille ventilatori; la Colombia di qualche milione di quasi dieci milioni cash di assistenza sanitaria, l’Argentina di 2 milioni di dosi di idrossiclorochina e il Perù di 2,5 milioni di dollari di solita assistenza sanitaria.

“L’opportunità del secolo”

“Gli altri grandi partner economici dell’America Latina – gli Stati Uniti e l’Unione europea – si stanno dirigendo verso una grande recessione e l’America Latina stessa sta marciando verso una crisi economica molto grave. La Cina potrebbe essere il principale fornitore della regione di aiuti commerciali, investimenti e assistenza sanitari”. Le parole, riprese dal South China Morning Post, di Mauricio Santoro del Dipartimento di relazioni internazionali dell’Università di Rio de Janeiro, spiegano bene lo scenario che potrebbe presto verificarsi nel quasi ex cortile di casa americano.

Se a questo aggiungiamo il fatto che lo scorso anno il commercio tra Cina e America Latina ha raggiunto il record di 307,4 miliardi di dollari, si fa preso a capire perché Pechino potrebbe davvero sostituire Washington in questa area strategica. “La Cina ha l’opportunità del secolo in America Latina e nei Caraibi – ha aggiunto l’economista Po Chun Lee – perché la maggior parte dei Paesi sviluppati sta pianificando un disinvestimento in operazioni estere e si prepara a rimpatriare le proprie catene di approvvigionamento”.

Per completare l’opera, inimmaginabile fino a pochi decenni fa, la Cina deve superare l’ultimo ostacolo. Quale? Coinvolgere all’interno della Belt and Road Initiative Messico, Argentina e Brasile, cioè tre delle più importanti economie della regione che ancora non sono entrate nel progetto cinese. In compenso ci sono 19 Paesi latinoamericani che, in un modo o in un altro, hanno già risposto presente alla chiamata del Dragone.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.