La Germania è il più importante partner della Cina nel Vecchio Continente e, coerentemente, è anche il paese europeo più reticente nel conformarsi all’agenda estera per Pechino dell’amministrazione Trump. Negli ultimi giorni, però, qualcosa sembra essersi rotto: i protagonisti dell’informazione tedesca stanno lanciando duri attacchi contro il modo in cui è stata gestita la pandemia di Covid-19 e contro Xi Jinping stesso; il risultato è stato l’aumento della tensione diplomatica fra le due cancellerie.

Il contesto

L’esplosione della pandemia sembrava aver arrestato la guerra fredda fra Stati Uniti e Cina ma infine, dopo un’iniziale ed apparente disgelo nel nome dell’interesse globale, la Casa Bianca ha ritenuto di dover premere sull’acceleratore e portare avanti l’agenda del pre-crisi, popolarizzando l’idea del “virus cinese“, aumentando la propria esposizione nei paesi-chiave e più vulnerabili dell’Unione Europea, come l’Italia, ed accettando anche l’inaspettato supporto della Russia, con la quale esisterebbero le condizioni per una collaborazione temporanea in funzione di contenimento anticinese, auspicata, tra l’altro, da strateghi di primo piano come Henry Kissinger e il guru della nuova destra Steve Bannon.

Il ripensamento di Trump è stato causato da un fatto: la graduale consapevolezza che dietro l’invio di aiuti umanitari si nascondessero propositi egemonici ed interessi geopolitici, come ad esempio la promozione della Nuova via della seta della salute, un corollario fondamentale della Belt and Road Initiative. Sullo sfondo della ripresa delle ostilità con Pechino, la Casa Bianca ha anche aumentato le pressioni su un altro concorrente, l’asse franco-tedesco, e quest’ultimo evento potrebbe spiegare le recenti mosse di Parigi e Berlino.

Le accuse di Bild e Die Welt

Il Bild, il quotidiano più diffuso d’Europa nonché il megafono del mondo politico tedesco, per voce del suo direttore, Julian Reichelt, ha lanciato una durissima invettiva all’indirizzo di Pechino che, nell’arco di qualche ora, ha avuto risalto mondiale. Dall’India a Taiwan, passando ovviamente per la Cina, i media di tutto il globo stanno rilanciando un videomessaggio di Reichelt, registrato in risposta ad una richiesta di chiarimenti che l’ambasciata cinese a Berlino aveva in precedenza inoltrato al giornale, sotto accusa per il modo in cui avrebbe trattato l’argomento Covid-19.

Nei giorni scorsi, il Bild aveva intervistato il segretario di stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, chiedendo il suo punto di vista sulla pandemia e toccando un argomento di stringente attualità: la richiesta di indennizzo alla Cina per i danni causati alle economie del pianeta. Reichelt aveva calcolato un ammontare di 149 miliardi di euro dovuti alla Germania, suscitando le celeri proteste dell’ambasciata cinese a Berlino.

Il videomessaggio, lungo ed articolato, non è una semplice critica alla gestione dell’emergenza, ai presunti bassi standard di sicurezza nel laboratorio di Wuhan, ma è un vero e proprio “manifesto politico” nel quale vengono denunciate la natura illiberale del governo comunista cinese e la gestione del potere da parte di Xi: “Prima di tutto, lei governa con la sorveglianza e il controllo. Lei non sarebbe presidente senza la sorveglianza. Ha fatto chiudere tutti i giornali e siti internet che si sono mostrati critici rispetto al suo operato, ma non le bancarelle dove vengono vendute le zuppe al pipistrello. Lei non controlla solo i suoi cittadini, ma li mette in pericolo, e con loro, il resto del mondo. […] Una nazione che non è libera non può essere creativa, e una nazione che non è innovativa, non inventa nulla. Ecco perché ha trasformato la Cina nel più grande esperto di furto di proprietà intellettuale. La Cina si arricchisce con le invenzioni degli altri, invece che con le sue invenzioni. […] La cosa più grande che avete esportato, e che comunque nessuno voleva, è il coronavirus”.

È necessario leggere attentamente le parole utilizzate da Reichelt, perché decodificando il messaggio emerge una totale comunanza di visioni con Trump, dal passaggio sul furto delle proprietà intellettuali all’esportazione del virus che, sostanzialmente, viene ritenuto “un’invenzione cinese”.

Il direttore del Bild prosegue, rilanciando le più recenti dichiarazioni di provenienza statunitense: “Lei [Xi], il suo governo e i vostri scienziati sapevate da tempo che il coronavirus fosse altamente infettivo, ma avete lasciato il resto del mondo all’oscuro. […] Il Washington Post riporta che i vostri laboratori a Wuhan hanno fatto ricerche sui coronavirus nei pipistrelli, ma senza mantenere i livelli di sicurezza elevati che sarebbero necessari. Perché i vostri laboratori tossici non sono così sicuri quanto invece lo sono le vostre carceri per i prigionieri politici? Potrebbe spiegarlo alle vedove in lutto, alle figlie e ai figli, mariti e genitori delle vittime di coronavirus in tutto il mondo?”

L’ultimo passaggio del video-messaggio è ancora più emblematico, poiché Reichelt si sofferma sulla diplomazia degli aiuti sanitari, sostenendo che “questa non è amicizia, la chiamerei imperialismo nascosto dietro un sorriso, un cavallo di Troia” e rincarando ulteriormente la dose, azzarda una previsione circa il crollo imminente del regime comunista.

Prima ancora della discesa in campo del Bild, era stato il Die Welt ad alimentare tensioni fra le due cancellerie, pubblicando un articolo-denuncia inerente le presunte pressioni che le autorità cinesi avrebbero esercitato sui politici tedeschi affinché parlassero “in termini positivi della gestione del coronavirus da parte della Cina”. Come sostenuto dal giornale, lo scoop sarebbe stato il frutto di rivelazioni fatte da una fonte anonima dei servizi segreti.

La Francia spalleggia l’inversione di tendenza

Francia e Germania tendono ad agire di concerto sin dalla fondazione della Comunità Economica Europea, ma il partenariato ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio blocco duopolistico soltanto negli anni recenti, grazie agli sforzi di Emmanuel Macron e Angela Merkel. Le divergenze di fondo esistono, ma prevale tendenzialmente l’interesse comune, questo è il segreto del successo dell’asse franco-tedesco.

Ciò che conta, soprattutto, è che le mosse di Parigi, spesso, sono un’anticipazione di ciò che farà Berlino, e questo vale anche viceversa. Non sorprende, quindi, che mentre i giornali-megafono del mondo politico tedesco sembrano spianare la strada ad una revisione dei rapporti bilaterali con Pechino, nel segno della freddezza e del ripiegamento verso l’agenda statunitense, da parte francese si sollevano simili critiche.

In un’intervista rilasciata al Financial Times il 16 aprile, il capo dell’Eliseo ha rigettato l’idea della superiorità del modello cinese nella gestione dell’emergenza, evidenziando che “chiaramente, ci sono delle cose che sono successe e delle quali non siamo a conoscenza”. Un passaggio che si somma alle accuse di scarsa trasparenza provenienti da Washington e Berlino, e che potrebbe essere uno dei tanti segni da cogliere per decifrare il mondo che verrà nel dopo-crisi.

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