Il clima americano, dopo il disastro in Afghanistan, non è favorevole al presidente Joe Biden, che è sottoposto al fuoco di fila dell’opinione pubblica. Un’operazione di ridimensionamento complessivo dell’immagine dell’ex vicepresidente di Barack Obama cui sta contribuendo la maggior parte della stampa.

Nel corso degli ultimi giorni, i cittadini americani hanno letto sui giornali vere e proprie bordate riservate al leader dei Democratici. L’ultima in ordine di tempo, ma non in termini d’importanza, è arrivata dal Washington Post. Non parliamo di un quotidiano ultra-conservatore: questo è certo. Sul giornale, all’interno di un editoriale, si leggono critiche feroci dirette al principale inquilino della Casa Bianca: “La debacle in Afghanistan è del peggior tipo, perché era evitabile”. E ancora: “Biden avrebbe potuto rinegoziare l’accordo del ritiro che il suo predecessore, Donald Trump aveva raggiunto con i talebani, certamente le loro continue violazioni del patto gli avrebbero dato una ragione legittima per farlo”.

Insomma, il presidente degli Stati Uniti d’America non può scaricare le colpe sul suo predecessore, come ha invece fatto, almeno in parte, nel suo discorso alla nazione. Perché – questa è la tesi di fondo – il comportamento dei talebani avrebbe di sicuro messo in discussione quanto stipulato durante la presidenza precedente a questa. E quindi Joe Biden sarebbe potuto intervenire eccome. Il diritto gli avrebbe consegnato la ragione. L’editoriale del Washington Post è stato sottolineato pure dall’Adnkronos. Ma quella non è l’unica penna che ha scritto parole di fuoco sulla linea del presidente sul disastro afghano. Qualche giorno fa, aveva detto la sua pure il Wall Street Journal.

Attraverso questo editoriale, il WSJ ha sostenuto la tesi secondo cui Biden si sarebbe comportato come se Winston Churchill avesse dato la responsabilità della situazione di Dunkeque a Neville Chamberlain: “È come se Winston Churchill, con le sue truppe accerchiate a Dunkerque – fanno presente – , avesse dichiarato che Neville Chamberlain lo aveva messo in questo pasticcio e gli inglesi avevano già combattuto troppe guerre sul continente”. La giustificazione fornita di Biden, che è diretta all’interno mondo occidentale e non solo agli Usa, non regge. La stampa americana non fa che ripeterlo. E non è finita qui. 

Il New York Times, altro giornale non proprio trumpista, non si è risparmiato. Come ripercorso dall’Agi, il principale quotidiano della Grande Mela ha criticato il Comandante in capo, sostenendo che anche se “l’amministrazione Biden aveva ragione a porre fine alla guerra, non c’era bisogno che finisse in un tale caos, con così poca previdenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore”. Gli accenti, in questo caso, sono più sui piani di attuazione e sulla “tragedia” procurata che sul resto. Rimane tuttavia evidente come il clima di concordia nato attorno a Biden ben prima che Donald Trump venisse sconfitto alle presidenziali di novembre sia andato in frantumi.

Non sarà un colpo facile da ammortizzare. Gli asinelli, durante il mandato trumpista, hanno sempre potuto godere su una buona stampa. Con il disastro dell’Afghanistan, sembra che la ruota della storia abbia iniziato a girare di nuovo, e in una direzione insperata per il Partito Repubblicano fino a poche settimane fa. Chi, del resto, si sarebbe potuto aspettare una scarica di valutazioni così distruttive nei confronti delle scelte operate da Biden in politica estera?

Difficile ad oggi stabilire il peso politico-mediatico di tutto questo. In parallelo, com’è ovvio, i quotidiani citati non costruiscono una narrativa capace di premiare quanto disposto dal tycoon: Trump, per la stampa progressista, non è e non può essere un’alternativa spendibile. Ma se rispetto alla gestione della pandemia da Covid-19 Trump ne è uscito a pezzi, potremmo presto assistere almeno ad una parziale rivalutazione di quanto messo in campo dall’ex presidente sui tavoli internazionali nel corso della sua permanenza alla Casa Bianca. E questo coro levatosi contro Biden può costituire un segnale.

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