Donald Trump e Vladimir Putin uniti per contenere lo strapotere della Cina. La posta in palio è il predominio a livello globale, che fino a una decina di anni fa era saldamente in mani americane. Oggi Washington sente il fiato sul collo di Pechino e, per imbrigliare il Dragone, cerca la sponda di Mosca. I rapporti tra Stati Uniti e Russia, almeno ufficialmente, sono tempestose per via dello scandalo Russiagate. Eppure, sotto l’ampio strato di polemiche, ci sono numerosi canali aperti che avvicinano due giganti minacciati dall’ascesa cinese.

La minaccia cinese

Le relazioni russo-americane proseguono nonostante il momento delicato che sta vivendo Trump in politica interna. I democratici hanno ripreso coraggio e l’entourage di Donald è costretto a lavorare a fari spenti, senza dare nell’occhio. L’obiettivo del presidente statunitense è mantenere lo status quo in ambito internazionale. Gli Stati Uniti sono e devono restare la prima potenza del mondo. La minaccia arriva dall’Oriente. Qui la Cina si sta attrezzando per proporre in tutto il mondo un nuovo modello economico-culturale in grado di sostituire quello americano. Pechino marcia a ritmi forzati verso il primato globale. Parallelamente Xi Jinping intende utilizzare la globalizzazione come strumento per scardinare l’architettura statunitense. I primi risultati stanno dando ragione alla Cina.

Il piano americano

Come comportarsi, dunque, di fronte all’avanzata cinese? Per Trump l’ancora di salvezza arriva da Mosca. Rivolgersi a Putin è la scelta più logica, facile e immediata da compiere. Inoltre lo stesso Putin trarrebbe vantaggio da un equilibrato gioco di sponde con gli Stati Uniti. In ballo ci sono tematiche scottanti, come la cancellazione delle sanzioni e fette di mercato da preservare dall’aggressività cinese. Insomma, Donald vorrebbe sfruttare la Russia in chiave anti cinese, ma al tempo stesso ridimensionare le ambizioni di Putin, oltre a quelle di Xi Jinping. Un’impresa ardua ma non impossibile.

Trump e l’uscita dal trattato Inf

Come prima mossa Trump ha intenzione di uscire dal trattato Inf, siglato nel 1987 da Reagan e Gorbacev e riguardante la limitazione, il disarmo e la distruzione di missili a medio e corto raggio. La procedura per l’uscita – inizio previsto entro la fine del 2018 – è motivata da un chiaro fine anti cinese. Mentre Stati Uniti e Russia devono rispettare le condizioni del trattato in materia di armamenti, la Cina è libera da qualsiasi vincolo. Pechino ha un budget militare che si aggira intorno ai 240 miliardi dollari annui: il quadruplo di quanto investito da Mosca ma un terzo della spesa americana. La situazione potrebbe farsi addirittura più pesante, perché in una delle ultime parate in piazza Tienanmen, i cinesi hanno sfoggiato armi capaci di abbattere le portaerei statunitensi. Trump e Putin avranno modo di approfondire la questione a margine del G20 di Baires, in programma alla fine di novembre.

Il riscatto del Dragone

Se gli Stati Uniti hanno perso terreno e il loro modello è entrato in crisi, dall’altra parte la Cina sta attraversando un percorso inverso (link mio articolo occhi della Guerra da revisionare modello cinese). Dopo un secolo di umiliazioni, Pechino è tornata al centro del mondo. Xi Jinping ha saputo adattare le ultime scaglie del marxismo al cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Ne è emerso un sistema politico per certi versi inedito. Ma Xi è andato oltre, imbrigliando la globalizzazione e piegandola ai propri scopi.

Nutrire il “mostro”

Il processo è stato lungo. Il risultato è che Washington – e un po’ tutto l’occidente – non sa più dove battere la testa. Le imprese americane hanno visto calare i loro fatturati e il mercato statunitense è stato invaso da materiale a basso costo prodotto in Cina. Chi pensava di investire in Asia per incrementare i profitti non ha fatto altro che nutrire il “mostro” cinese. Il Dragone, oggi, grazie alle riserve di moneta estera incassate, si è svegliato e sta per divorare l’economia americana. Ed è pronto a passare dal made in China al built in China.

Il pericoloso legame tra l’economia americana e quella cinese

C’è poi da considerare lo stretto rapporto tra l’economia cinese e quella americana. La valuta della Cina – lo Yuan o Renminbi – è legata al dollaro americano. Pechino ha scelto questo modello di gestione valutaria. Dal 1997 a pochi anni fa la moneta del Dragone ha mantenuto costante il proprio valore: un dollaro si attestava intorno a 8,3 yuan. La scelta di mantenere basso il valore della valuta cinese fu dovuta a due motivi. Ovvero: creare posti di lavoro e stimolare le esportazioni, in passato cuore pulsante della crescita economica del Paese.

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Inoltre quando lo Yuan viene scambiato con valuta estera, la transazione deve avvenire al tasso ufficiale attraverso una banca statale cinese. Ecco spiegato da dove arriva lo strapotere economico della Cina. Dall’apertura del paese a oggi, quanti paesi europei hanno importato dalla Cina? Quanti imprenditori hanno delocalizzato al di là della Grande Muraglia? Pechino ha nel frattempo accumulato un’enorme riserva di dollari. Nell’ordine di miliardi.

Perché la Cina detta le regole del gioco

Se la Cina decidesse di spendere tutti i suoi dollari, il mercato mondiale sarebbe invaso di valuta americana con il risultato che questa perderebbe di colpo tutto il suo valore. Ovviamente Pechino non farà mai una cosa del genere, dal momento che lo Yuan è legato al dollaro. Anziché spendere o vendere la sua riserva di dollari, il governo cinese preferisce prestare questi soldi agli stessi americani, comprando in cambio titoli statunitensi. La Cina ha accumulato così tanti titoli, da spingere al rialzo il prezzo della valuta degli Stati Uniti ma anche l’entità del suo debito. In sintesi: la Cina accumula dollari, controlla il debito americano ed è in posizione di dettare le regole del gioco economico.

La guerra di Washington e la risposta di Xi

Gli Stati Uniti di Trump dicono basta. Washington ha iniziato a utilizzare la politica commerciale come arma nella contesa geopolitica con la Cina. Da qui la mossa americana di affidarsi alla pericolosa guerra dei dazi. La contromossa di Pechino è stata quella di abbassare il tasso di cambio dello Yuan (oggi servono poco più di 6 yuan per arrivare a un dollaro). Mossa intelligente ed efficace, capace di non far scalfire il deficit commerciale tra i due giganti. Non solo: la Cina si è riavvicinata al Giappone per consolidare l’egemonia asiatica.

Quali scenari per il futuro?

Presto Pechino potrebbe anche bussare alle porte dell’Unione Europa. All’orizzonte si paventa la possibilità di un trattato commerciale che inglobi l’Ue in un mega Tpp. E gli Stati Uniti? Isolati per via dello scacco matto cinese. L’unico modo che ha Trump di evitare scenari da incubo è quello di coinvolgere la Cina all’interno di trattati strategici, obbligando Pechino a rispettare delle regole ben precise.

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