“Quello di cui abbiamo discusso è finito sui giornali. Non è appropriato. Non è stata condotta così la nostra conversazione, giusto?”. “In Canada crediamo in un dialogo libero, aperto e franco, cosa che continueremo a portare avanti. Continuerò a cercare di lavorare in modo costruttivo, ma ci saranno punti su cui non saremo d’accordo”.

G20 di Bali, 19 novembre. Tra Xi Jinping e Justin Trudeau va in scena un faccia a faccia ripreso dalle telecamere. Il presidente cinese si lamenta con il primo ministro canadese per la mancanza di riservatezza sul contenuto dei loro colloqui bilaterali avvenuti nelle ore precedenti. Xi sollecita quindi Trudeau a portare avanti interazioni basate sul “rispetto reciproco” e di creare “le giuste condizioni” prima di lavorare in modo costruttivo. Seguono quindi gelidi saluti e una stretta di mano altrettanto distaccata.

Il piccato botta e risposta Xi-Trudeau non è nato dal nulla. E, soprattutto, non era è stato neppure causato soltanto dal fatto che i funzionari canadesi avessero condiviso con i media i dettagli di un precedente incontro tra i due capi di Stato. Le scintille indonesiane rispecchiano, semmai, le complicate relazioni tra Cina e Canada, che affondano le radici in anni di tensioni via via crescenti.



Le scintille tra Canada e Cina

Il Canada, membro Nato, dal punto di vista geopolitico può essere considerato una sorta di “testa d’ariete” statunitense per contenere potenze al di là del Pacifico. Come la Cina, appunto. Ed è proprio con Pechino che Ottawa deve fare i conti con una recente relazione diplomatica spinosa, aggravata da arresti e accuse reciproche.

La tensione tra i due Paesi è rimasta alle stelle dal dicembre del 2018. In quel periodo il Canada arrestò, su richiesta di Washington, all’aeroporto di Vancouver, Meng Wanzhou, a capo della finanza di Huawei, accusata di aver violato le sanzioni americane all’Iran. La reazione cinese non si fece attendere. Pechino reagì poco dopo con la detenzione, per spionaggio, di due canadesi: l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’imprenditore Michael Spavor. La vicenda si è poi conclusa nel settembre 2021, con la liberazione contestuale dei tre.

Neanche il tempo di archiviare il caso che sono emerse altre tensioni. A novembre il ministro dell’Industria canadese, François-Philippe Champagne, ha ordinato a tre società cinesi di dismettere i loro interessi in altrettante compagnie produttrici di litio per motivi di sicurezza nazionale. Sempre a inizio novembre, la polizia ha annunciato che stava indagando su una rete di “stazioni di polizia cinesi illegali” a Toronto.

In mezzo c’è il grande tema delle presunte ingerenze cinesi negli affari canadesi, più nello specifico nelle elezioni federali del 2019 e al più recente arresto di un dipendente della compagnia elettrica statale Hydro Quebec, accusato di essere una spia cinese.

Un attore chiave per Washington

Prima di Bali, Trudeau e Xi si sono incontrati l’ultima volta nel giugno 2019, a margine del G20 di Osaka. In Giappone i due si ignorarono nel mezzo della crisi della vicenda Meng, malgrado al tavolo dei lavori fossero seduti l’uno accanto all’altro.

La risoluzione “amichevole” del caso nel settembre 2021 sembrava potesse essere il preludio del ritorno alla calma nei rapporti tra Pechino e Ottawa. Da qualche mese, in concomitanza con i resoconti di alcuni media secondo cui la Cina avrebbe finanziato di nascosto 11 candidati alle elezioni federali canadesi del 2019, c’è stato un cambiamento nel tono del Canada. E la situazione è precipitata nuovamente.

Guy Saint-Jacques, che è stato ambasciatore del Canada in Cina dal 2012 al 2016, ha dichiarato a Le Monde che lo scopo di Xi, nel faccia a faccia di Bali, era quello di far perdere pubblicamente la faccia a Trudeau in patria e in tutto il mondo. Resta adesso da capire se le scintille sino-canadesi avranno implicazioni economiche o diplomatiche. Anche perché il Canada dovrebbe presto rilasciare la sua strategia indo-pacifica che, in conformità con gli Stati Uniti e gli altri partner di Washington, conterrà misure che sicuramente faranno arrabbiare Pechino.

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