Le trattative proseguono per convincere la Turchia a dare il suo placet all’adesione di Finlandia e Svezia nella Nato. Il presidente finlandese, Sauli Niinisto, ha detto di sentirsi “ottimista” su un prossimo accordo con Ankara e la premier svedese, Magdalena Andersson, ha ribadito la volontà di Stoccolma di aprire un dialogo al punto da inviare una delegazione in Turchia per “risolvere i punti interrogativi”. La disponibilità degli scandinavi c’è, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan non sembra intenzionato a cedere così presto di fronte alle sue richieste. Volontà che rischia di rallentare i piani dell’Alleanza Atlantica ma anche di bruciare, in parte, il credito ottenuto dal presidente turco con il suo lavoro durante la guerra in Ucraina: conflitto che l’ha visto subito schierato al fianco di Kiev pur lasciando aperti tutti i possibili canali con il Cremlino.

Molti partner Nato sembrano convinti che alla fine Ankara cederà. La ministra della Difesa tedesca, Christine Lambrecht, ha detto di essere “fermamente convinta che anche la Turchia si farà convincere”. Qualcun altro storce il naso, come il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jan Asselborn, che ha accusato Ankara di applicare una “mentalità da bazar”. Ma ciò che trapela dall’Alleanza è che alla fine, ottenendo qualcosa in cambio e soprattutto una volta mostrato di avere tenuto il punto anche in chiave di dialogo con la Russia, Erdogan potrebbe dare il suo ok all’adesione della Finlandia e della Svezia.

Dalla strategia al consenso elettorale

La questione per il presidente turco ha due aspetti in questa fase. Abbiamo parlato, nei giorni scorsi, del profilo strategico, e cioè che la Turchia ha troppi conti in sospeso con gli Stati Uniti, con i due Paesi scandinavi e in generale con l’Occidente per non provare a trattare su alcune questioni di interesse vitale. Dal sostegno ai curdi fino ai caccia F-35 e F-16, dal gas e i gasdotti, dalla Libia al Mediterraneo orientale, dalla stessa posizione nel conflitto ucraino fino a garanzie economiche, Erdogan ha costruito una serie di tavoli da gioco in cui è possibile sostanzialmente trattare con su qualsiasi cosa. E questi punti sono fondamentali per riuscire a ottenere qualcosa in cambio del suo benestare.

Ma alle questioni di, possiamo dire, “alto profilo”, si aggiunge un tema non secondario legato anche all’immagine del leader turco all’interno del Paese, e cioè quella elettorale. Motivo per cui investire sulla politica estera serve anche per rafforzare la propria immagine in un periodo in cui rischia un pericoloso offuscamento.

La crisi economica

La stagione di potere del “sultano” appare in questo momento indebolita da diversi fattori. Due in particolare pesano come macigni: la crisi economica e, più di recente, il nodo dell’immigrazione. Sul primo punto, va sottolineato che l’attuale condizione economica della Turchia è, a detta di molti osservatori, la peggiore degli ultimi venti anni. I dati sull’inflazione sono a dir poco allarmanti: come spiega Ansa, “l’inflazione su base annua in Turchia è arrivata al 69,97% nel mese di aprile toccando il 7,25% rispetto al mese precedente”. Non sono dati di seconda mano, ma quello dell’Istituto di statistica nazionale. I prezzi dei trasporti e del settore alimentare hanno subito un’impennata vertiginosa, e addirittura alcuni analisti dicono che il vero tasso di aumento dei prezzi su base annua è al 156,86%.

Questa crisi ha naturalmente dei costi in termini di consenso popolare per un leader che, va ricordato, ultimamente ha mostrato di perdere alcuni segmenti della propria base. Erdogan si è sempre rivolto alla cosiddetta Turchia profonda, ma i più grandi centri urbani, specialmente quelli sul lato europeo e sull’Egeo, sono molto più orientati verso le opposizioni. Il rischio di arrivare nel centenario della Repubblica con un apprezzamento ai minimi termini è molto elevato. E per il “sultano”, questo appuntamento rappresenta un passaggio fondamentale per la sua storia alla guida del Paese.

La crisi dei rifugiati siriani

A questa crisi economica si unisce, inevitabilmente, il malcontento verso la politica di accoglienza dei rifugiati, in particolare quelli siriani. Erdogan ha strappato miliardi di euro all’Unione europea per mantenere sul territorio turco milioni di persone. Tuttavia, i fondi europei non sembrano essere sufficienti a gestire questa enorme massa di persone: per riuscirci, Ankara spende molti più soldi di quelli assegnati da Bruxelles e, in una fase di contrazione economica, il malcontento popolare è aumentato proprio nei confronti dei siriani che ormai da quasi un decennio vivono in Turchia. Già nelle scorso settimane, il Daily Sabah, uno degli organi di stampa più vicini al circuito di potere turco, segnalava un acceso dibattito della politica nazionale sul tema dei migranti: segnale che indica che ad Ankara il problema è particolarmente sentito. Tutte le opposizioni accusano Erdogan di avere lasciato entrare troppo migranti – circa cinque milioni tra cui la maggior parte siriani secondo le stime ufficiali – e tutti sostengono che il loro obiettivo sarà quello di rimandare queste persone nei rispettivi Paesi. Anche i repubblicani del Chp hanno promesso di mandare via i siriani dalla Turchia. E ultimamente sta strappando sempre più visibilità anche lo Zafer Partisi di Umit Ozdag, ex parlamentare del partito alleato di Erdogan, il Mhp, e marcatamente anti-immigrati.

Erdogan sa perfettamente che questa miscela di crisi economica e malcontento popolare sull’immigrazione può essere letale per le prossime elezioni. Già negli anni passati il tema migratorio aveva avuto un peso specifico notevole sui risultati delle grandi città, ma adesso il “sultano” sa anche di dover rispondere a una classe media sempre più preoccupata da inflazione e svalutazione della lira. Dal punto di vista di Erdogan, qualsiasi azione contraria all’accoglienza dei profughi siriani potrebbe anche essere vista come una smentita della politica perorata fino a questo momento. Quindi il rischio è che ogni decisione possa essere letta in chiave negativa. Inoltre, il presidente turco sa bene che una marcia indietro nei confronti dell’accoglienza ha dei costi economici e politici. Innanzitutto perché riceve soldi dall’Europa. In secondo luogo, perché i siriani sono ormai in larga parte integrati nel sistema economico turco garantendo manodopera. Infine, resta in piedi il tema della Siria: costringere queste persone a tornare in patria può provocare problemi con Damasco ma anche investire pesantemente su tutte le aree di confine dove le forze di Ankara e quelle a essa collegata controllano de facto il territorio.

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