In un’epoca di iconoclastia dilagante, il mondo è più piccolo di quello che sembra. Succede, dunque, che, mentre negli Stati Uniti i militanti democratici o di sinistra vogliono distruggere i monumenti dedicati ai soldati della Confederazione, o abbattere il monumento celebrativo per Italo Balbo, dall’altra parte del mondo, in Turchia, un’associazione islamica nazionalista di Sinope voglia eliminare la statua del filosofo Diogene. Il motivo? Perché rappresenta un’ideologia straniera. Curioso caso del destino, per un filosofo che amava definirsi “cittadino del mondo”, essere considerato straniero nella città sul Mar Nero che gli diede i natali. Eppure questo succede quando la cultura cede il passo a visioni politiche ottuse e radicali, che nulla hanno a che vedere con la millenaria storia del popolo turco, ma che rappresentano solo estremismi conservatori tipici della nuova Turchia di Erdogan.

Come ha spiegato Ismail Teziç, della fondazione Erbakan, a Hurryet, “Non siamo contro l’arte e la scultura. Siamo contro il fatto che Sinope venga legata all’ideologia greca attraverso una statua. Vogliamo che Diogene sia tolto dall’ingresso della città e portato nella chiesa di Balatlar”. Le parole di Teziç fanno comprendere bene il substrato politico dietro cui si cela questo gesto di sfida nei confronti della cultura ellenica in Turchia, ovvero tutto quel mondo conservatore nazionalista e islamico che è il bacino di consenso elettorale che è riuscito a far sì che Erdogan salisse al potere e lo mantenesse. La scelta del nome della fondazione, Erbakan, è a suo modo evocativa di questo mondo islamico e nazionalista da cui il presidente turco prende forza politica. Necmettin Erbakan, che nacque proprio a Sinope, premier turco tra il 1996 e il 1997 e leader del Partito del Benessere (Refah Partisi), è stato per anni il portavoce dell’islam politico. L’ascesa politica di Erbakan, come confermato anche da alcuni studi in materia, fu un sostanziale shock per la Turchia degli anni Novanta, fino ad allora retta da un sistema forgiato sul kemalismo, ed è stata l’ariete di sfondamento di quel mondo dell’islam politico che in Turchia è stato occultato e messo al bando per quasi tutto il Novecento.

Erdogan nasce proprio da quel mondo, e ha voluto forgiare la Turchia in base alle stesse ideologie del suo mentore: nazionalismo e islam politico. I suoi sostenitori, principalmente tra le campagne e le province, sono tutti più o meno legati a queste due direttrici di pensiero, e rendono di fatto la Turchia del rais un modello peculiare degli Stati mediorientali e fra le potenze economiche emergenti. E fondare un Paese su religione e nazionalismo, comporta anche che la cultura sia spesso messa a tacere per fare spazio all’ideologia su cui ruota lo Stato. La statua di Diogene di Sinope è emblematica: oggetto di critiche e di rimozione  perché parte di un’ideologia straniera. Straniera ma soprattutto assimilabile al mondo greco. Perché in realtà il problema non è solo che sia la statua di un filosofo cinico che contrasta con il mondo conservatore e islamico voluto da Erdogan, ma che sia assimilata al Paese nemico per eccellenza della Turchia: la Grecia.

Da anni Turchia e Grecia si minacciano, e il fatto che non si sia arrivati a un conflitto è stato probabilmente soltanto grazie all’appartenenza di entrambi gli Stati alla Nato. È del tutto evidente che l’Alleanza atlantica non avrebbe mai potuto tollerare che due Paesi membri si facessero la guerra, in particolare durante la Guerra Fredda. Tuttavia, motivi di scontro non sono mai mancati, e si è giunti anche a dei conflitti a fuoco, in particolare per il possesso dei due isolotti di Imia (in greco) o Kardak (in turco). Negli ultimi mesi, aerei da guerra turchi hanno spesso sorvolato lo spazio aereo greco, rischiando di provocare uno scontro con l’aviazione ellenica, e vi sono stati anche veri e propri scambi di colpi tra navi greche e turche nell’Egeo.

Che la geopolitica serva a spiegare la rimozione di una statua, forse è eccessivo. Ma è importante comprendere i meccanismo dietro una richiesta così curiosa. In questa petizione della fondazione Erbakan si sintetizza la nuova Turchia di Erdogan: conservatrice, islamica e nazionalista. Una “furia” iconoclasta non dissimile da quanto avviene anche in altre parti del mondo, e che mostra in realtà una tendenza planetaria alla rimozione del passato come messaggio politico, quasi a voler dire che la Storia debba essere rimossa se non è un retaggio su cui si vuole costruire uno Stato, o una società.

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