Sono ormai sempre più numerosi i casi di repressione delle comunità cristiane nel Vicino Oriente. Una repressione che non è soltanto persecuzione fisica, come nei casi di martirio avvenuti sotto le bandiere del Califfato, ma anche esclusione e pressione sui diritti della comunità. Questa volta, a pagare le conseguenze dell’escalation di tensione nei confronti del cristianesimo mediorientale, è stata la comunità ortodossa siriaca, presente in Turchia dagli albori del cristianesimo. Non violenza fisica, per fortuna, ma una sistematica repressione dei diritti acquisiti in secoli di permanenza sul territorio turco.

Secondo quanto denunciato da Kuryakos Ergün, il presidente della Fondazione del Monastero Mor Gabriel, sarebbero circa cinquanta le chiese, i monasteri, e in generale i luoghi di culto, appartenenti alla Chiesa Ortodossa Siriaca, finiti nelle mani del Ministero per gli Affari Religiosi del governo di Ankara. Questo soltanto nella provincia di Mardi, nella Turchia sudorientale. In un’intervista rilasciata al settimanale Agos, Ergün ha spiegato cosa sta avvenendo in Turchia in questi anni, in particolare riguardo ai luoghi di culto delle minoranze cristiane. Tutto è iniziato quando la provincia di Mardin, culla del cristianesimo siriaco in Turchia, è stata trasformata in Municipalità Metropolitana. Da quel momento, attraverso un Comitato di Liquidazione, costituito per ridistribuire le proprietà immobiliari che non erano considerate private, il governo turco ha potuto intraprendere la via dell’acquisizione degli immobili. Tutto questo, ha spiegato Ergün, senza che si facesse riferimento alla riforma legislativa del 2002 con la quale era stato concesso il diritto alle minoranze di costituire delle fondazioni per assumere la proprietà dei luoghi di culto: come appunto avvenuto con la Chiesa Ortodossa Siriaca.

Sono almeno dieci anni che il governo turco ha avviato una guerra legale nei confronti del monastero di Mor Gabriel e della comunità siriaca. Nel tempo, con continue riforme catastali, il governo ha fatto enormi pressioni sulla comunità, spesso minacciando l’esproprio delle terre. Oggi, dopo anni di totale silenzio da parte delle istituzioni pubbliche, la Chiesa siriaca ha scoperto che quei luoghi di culto che si ritenevano soltanto sotto attacco, sono passati direttamente nelle mani del governo. Prima al Ministero del Tesoro, poi, dopo alcuni passaggi burocratici, al Ministero degli Affari Religiosi. Un ministero molto potente, soprattutto in una fase in cui Erdogan ha deciso di re-islamizzare la Turchia dopo decenni di laicismo.

A destare preoccupazione nella comunità siriaca è proprio il fatto che la proprietà non sia soltanto passata al governo turco, ma soprattutto che sia diventata oggetto delle proprietà di questo ministero. La Chiesa Ortodossa Siriaca, come tutte le chiese cristiane turche, vive da decenni una costante minaccia di scomparsa, e il fatto che i loro immobili siano nelle mani di un ministero tendenzialmente filo-sunnita, preoccupa sul futuro di quei luoghi. L’espropriazione dei luoghi sacri non è soltanto una privazione giuridica, ma soprattutto la privazione di luoghi che fanno parte della cultura di una comunità millenaria. E che mette a rischio la sopravvivenza stessa di una comunità che negli anni ha perso decine di migliaia di fedeli. Se le statistiche degli anni Settanta del Novecento davano una popolazione appartenente a questa comunità intorno alle settantamila anime, oggi, in Turchia, le fonti parlano di circa duemila fedeli. Un crollo verticale degli adepti a questa confessione che dimostra quanto sia grave la scomparsa dal territorio turco di una fede che è presente dai tempi del Concilio di Calcedonia.

Ma non è solo la Chiesa Siriaca a vivere un profondo senso di disagio in Turchia negli ultimi anni. La stessa Chiesa Cattolica, nonostante l’incontro di Papa Francesco con Erdogan, vive tempi difficili, in cui l’esclusione dalla vita politica e sociale è sempre più evidente. I suoi numeri sono al ribasso e in molti preferiscono emigrare. Nonostante la comunità cattolica non sia stata colpita da violenze come in Egitto, in Siria o in Iraq, non sono mancato ultimamente omicidi legati alla fede anche sul territorio turco. L’uccisione del sacerdote Andrea Santoro nel 2006, quella del giornalista armeno Hrant Dink nel 2007 e quella ben più nota del Vicario apostolico in Anatolia, Luigi Padovese, nel 2010, sono testimonianze di quanto ancora sia alto il rischio di violenze nei confronti delle chiese cristiane in Turchia.

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