Uno specchio d’acqua che fa gola a tanti, non solo da un punto di vista economico ma anche politico: il mar Mediterraneo orientale, con i suoi pozzi ricchi di gas e petrolio, non è solamente una miniera di potenziali affari, gli interessi sono in tal senso di natura più prettamente geopolitica in quanto, al centro del contendere, vi è il controllo di un territorio considerato dalla Turchia di Erdogan come vero e proprio “giardino di casa”. L’affare inerente la nave Saipem 1200, oramai bloccata da giorni dalla marina di Ankara nei pressi dell’isola di Cipro, ne è un’evidente testimonianza: secondo la leadership turca andare a pescare lì il petrolio equivale a violare un patto non scritto, secondo cui solo la Turchia può mettere i tentacoli su tutte le risorse della zona. Adesso la contesa rischia di diventare più delicata, anche se a livello mediatico la vicenda sembra essere in qualche modo sparita nel dimenticatoio: l’Eni, prima azienda italiana per l’energia, sta avendo importanti danni economici, ma Erdogan dopo essere stato ricevuto a Roma non sembra voler sentire ragioni e, ad oggi, non si intravede alcuna via d’uscita.

L’Eni non rinuncia al pozzo cipriota

Da Pavia, dove nei giorni scorsi era impegnato in un evento organizzato dall’Eni, l’amministratore delegate dell’azienda, Claudio Descalzi, ha parlato della situazione venutasi a creare nelle acque internazionali cipriote: “Dopo questo pozzo – ha affermato Descalzi – Dovevamo andare in un altro Paese, è molto probabile quindi che in questi giorni dobbiamo per necessità spostarci nella location che doveva seguire questa perforazione”. Dunque, in parole povere, la nave SAIPEM 1200 deve fare al momento dietrofront e salpare alla volta del porto cipriota di Limassol, lasciandosi quindi alle proprie spalle la crisi innescata dall’intervento delle autorità turche; pur tuttavia, Descalzi ha annunciato di non voler abbandonare questo lavoro: “Se ci sono degli stalli si ferma l’orologio ma non siamo andati via dalla Libia o da altri Paesi dove c’erano delle situazioni complesse – ha affermato al convegno di Pavia – quindi questa è l’ultima delle preoccupazioni, siamo tutti molto tranquilli e sereni. Torneremo nuovamente a Cipro, non appena la diplomazia muove i suoi passi”.

Quello dato al lavoro presso il giacimento cipriota non è dunque un addio, bensì un semplice arrivederci; l’Eni non ha intenzione di rinunciare alla concessione data regolarmente dal governo di Nicosia nel 2013, pur tuttavia al momento lascia spazio alla politica ed alla diplomazia soprattutto per via delle necessità di natura tecnico. Ma proprio sul fronte diplomatico al momento tutto sembra tacere: Ankara ha prolungato il fermo, ufficialmente dovuto ad esercitazioni della marina previste in uno specchio d’acqua vicino a quello in questione, fino al prossimo 10 marzo e con il proprio ministro dell’Energia, Berat Albairak, ha fatto sapere di lavorare affinché lo status quo nel Mediterraneo orientale muti a favore di quelli che vengono considerati come “legittimi interessi” della Turchia; dall’altro lato, da Nicosia il ministro degli esteri greco – cipriota, Ioannis Kasoulides, ha affermato l’intenzione di non interrompere l’esplorazione di idrocarburi nelle proprie acque economiche esclusive. Un muro contro muro che non aiuta alcuna parte in causa, con l’Italia (e l’Eni) che aspetta alla finestra in attesa di eventuali evoluzioni.

La strategia turca nel Mediterraneo

La presa di posizione della Turchia è figlia della sua attuale concezione di quella specifica zona del Mediterraneo: per Ankara, quelle acque sono affare interno e privato, chiunque vada a pescare risorse nello specchio di mare dove è stata fermata la Saipem 1200 viene considerato una minaccia per i propri piani di egemonia della regione; del resto, quelle acque hanno la fortuna – disgrazia non solo di essere vicine alle coste turche, ma anche di custodire diverse risorse energetiche ed essere considerate quindi essenziali per gli equilibri tanto mediterranei quanto del vicino oriente. Ankara vuole quindi impedire che interessi italiani e di altri paesi europei, possano cozzare con la propria visione del Mediterraneo orientale, considerato sempre di più proprio giardino di casa da dover poter attingere sia risorse che prestigio economico e politico.

In tutto questo, sullo sfondo della crisi riguardante la Saipem 1200, si inserisce anche la questione cipriota; la Turchia vorrebbe far comprendere, all’interno degli accordi sullo sfruttamento delle acque della Zee (Zona Economica Esclusiva) di Cipro, il governo dell’autoproclamata Repubblica turca interna all’isola. Pur tuttavia, la Stato che comprende la zona turcofona cipriota è riconosciuto solo da Ankara e questo autorizza, di fatto, soltanto il governo di Nicosia interno all’Ue a stipulare accordi internazionali e soprattutto a regolarizzare tutte le varie questioni inerenti lo sfruttamento delle risorse di propria competenza. Crisi cipriota, interessi economici, politici e strategici: la Saipem 1200 si è ritrovata nel bel mezzo di acque agitate su più fronti, una vera e propria ‘tempesta’ geopolitica da cui la Turchia spera di ottenere la ‘corsia preferenziale’ verso una più forte influenza in questa zona del Mediterraneo.

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