Il voto in Spagna consegna il trono di Madrid, non quello della Zarzuela ma quello della Moncloa, al premier uscente Pedro Sanchez. I socialisti (con un netto scarto di seggi) ottengono la maggioranza relativa in parlamento. E adesso è chiaro che è Sanchez ad avere l’arduo compito di trovare alleanze utili a mantenere in vita un esecutivo che si preannuncia già estremamente fragile. Il premier uscente – e probabilmente prossimo incaricato – cercherà in tutti i modi di formare un governo monocolore. Ma il compito non sarà semplice, dal momento che il sistema elettorale ha consegnato ai partiti indipendentisti catalani un poter contrattuale immenso, in grado di decidere in maniera netta la sopravvivenza del governo.

Partendo proprio dal sistema elettorale, è opportuno fare una premessa: attenzione a dire che la Spagna si è spostata a sinistra. Così come bisogna fare attenzione a dire che la Spagna abbia frenato l’avanzata dei sovranisti (o dei populisti che dir si voglia). Perché quello che è accaduto in territorio iberico è qualcosa di molto più complesso di quanto si possa immaginare.

Innanzitutto c’è un dato che va valutato. È vero che la Spagna è in mano al partito socialista, ma l’influenza che il sistema elettorale ha sulla costruzione complessiva del parlamento è talmente netta che non si può parlare di una maggioranza cristallina a favore della sinistra. Il voto complessivo per la sinistra è di circa 11 milioni di persone, se calcoliamo il Psoe e Unidas-Podemos. A questi va aggiunto quel milioni e mezzo di catalani che hanno votato per i partiti indipendentisti che, va ricordato, non sono solo di sinistra. Junts pel Sì, ad esempio, è un partito che rappresenta la borghesia e l’impresa secessionista della Catalogna, ed è unito a Erc (la sinistra repubblicana) solo per motivi elettorali all’intero del parlamento di Madrid.

Ora, unendo i voti di Ciudadanos, Partito popolare e Vox, cioè i tre partiti che rappresentano dal centro alla destra di Spagna, il numero di elettori è circa di 11 milioni di persone. In sostanza, la sinistra nazionale spagnola (cioè quella di Psoe e dei populisti di Podemos) di fatto ha lo stesso numero di elettori della destra. E questo indica che di fatto la destra iberica non è affatto scomparsa, ma che ha pagato a caro prezzo la divisione in tre partiti che rappresentano tre anime diverse del centrodestra spagnolo ma che di fatto possono coesistere in un blocco di governo, come dimostrato in Andalusia. E se i tre partiti fossero andati uniti alle urne, come riporta il quotidiano spagnolo Abc, avrebbero vinto le elezioni con la maggioranza assoluta. Non una maggioranza netta, chiaramente. Anzi, sarebbe stata una maggioranza estremamente risicata. Ma il dato politico è che di fatto quella dei socialisti è una vittoria tecnica, nata anche grazie al metodo d’Hont e al sistema elettorale che premia i partiti localisti e quelli tradizionali.

Sempre a destra, va poi compreso a fondo il tema della frenata al sovranismo di Vox. Perché il partito che candidava Santiago Abascal non è affatto stata una delusione come molti stanno affermando in queste ore. Vox non si è “fermato” al 10%: perché il partito che rappresenta l’ultradestra iberica ha ottenuto due milioni e mezzo di voti diventando in pochissimo tempo una forza decisiva nel panorama locale e nazionale spagnolo.

Dalla caduta di Francisco Franco, è la prima volta che in parlamento è entrato un partito dichiaramene di destra radicale. E il fatto che abbia ottenuto 24 seggi non è un dato irrilevante se si calcola che fino a pochi mesi fa non solo non esisteva in parlamento ma aveva una visibilità minima in tutto il territorio spagnolo. Scarsa visibilità confermata anche dal fatto che Abascal non sia stato presente nei comizi in televisione né a quelli finali perché vi partecipano solo i leader dei partiti già presenti alla Camera. Sempre per ricordare che quello spagnolo è un sistema che spinge fortemente per i partiti già all’interno del parlamento.

Per la Spagna, l’ingresso di Vox in parlamento non è affatto un dato di poco conto. Madrid è storicamente legata, dalla caduta di Franco, a un sistema partitico estremamente moderato, tendenzialmente progressista e costruito sull’appiattimento all’Europa franco-tedesca. Il nazionalismo, in Spagna, è stato un tabù per anni, se non decenni. E lo stesso vale per il centralismo e per il conservatorismo di stampo cattolico. In questo senso, parlare di una Madrid che ha fermato i populisti (a destra) è un falso storico. La verità è un’altra: che anche in un sistema come quello spagnolo sfondano idee viste con orrore da tutti i maggiori media.

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