Era l’11 luglio del 1961 quando Cina e Corea del Nord firmarono il China-DPRK Treaty on Friendship, Cooperation and Mutual Assistance, traducibile come Trattato di mutuo soccorso e cooperazione sino-coreano. In piena Guerra Fredda, e pochi anni dopo la fine della Guerra di Corea, nella penisola coreana il clima continuava ad essere tesissimo. In Corea del Sud, il nuovo leader Park Chung Hee sollecitava un aumento delle spese militari e inaspriva la politica contro Pyongyang. Il governo nordcoreano, temendo un attacco da parte del Sud, decise così di rivolgersi ai suoi unici due partner dell’epoca, Unione Sovietica e Cina, per chiedere un supporto preventivo.

Kim Il Sung, nonno dell’attuale presidente nordcoreano Kim Jong Un, firmò prima il Trattato di mutuo soccorso e cooperazione tra Corea del Nord e Unione Sovietica (questo il testo completo), poi, pochi giorni dopo, approdò a Pechino per mettere nero su bianco, assieme al premier cinese Zhou Enlai, un trattato analogo con la Repubblica Popolare Cinese (questo il testo completo). Kim aveva finalmente un “ombrello”, per altro doppio, con il quale difendersi da eventuali azioni congiunte tra Seoul e Washington.

Già, perché, in virtù dei freschissimi accordi, nel caso in cui qualcuno – Paese o coalizione di Paesi – avesse dovuto torcere un capello alla Corea del Nord, o anche solo minacciato di farlo, Cina e Urss avrebbero intrapreso tutte le misure necessarie per opporvisi. Allo stesso modo, Pyongyang avrebbe supportato militarmente Pechino e Mosca qualora una o entrambe avessero subito attacchi militari o aggressioni esterne.

Mentre il trattato con l’Urss non è più in vigore dagli anni ’90, ed è stato riadattato tra il 1999 e il 2000 ad un semplice trattato di consultazione, il patto con la Cina continua ad essere in vigore. Il 7 luglio 2021, in occasione del 60esimo anniversario della firma, il Trattato di mutuo soccorso e cooperazione sino-coreano è stato rinnovato, con tanto di annuncio ufficiale. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha spiegato che il trattato del 1961 è stata una “decisione strategica presa con lungimiranza dalla vecchia generazione di leader dei due Paesi” nonché “un evento importante nella storia delle relazioni bilaterali” tra Cina e Corea del Nord. Infine la parte più importante: il trattato “rimane in vigore fino a quando non viene raggiunto un accordo sulla sua modifica o risoluzione”, ha chiarito Wang.

Dal punto di vista tecnico, e in conformità con l’articolo 7 dello stesso trattato, il patto sino-nordcoreano resta in vigore (e si rinnova automaticamente ogni 20 anni), a meno che le due parti, e quindi Pechino e Pyongyang, non raggiungano un accordo sulla sua modifica o risoluzione. Potrebbe sembrare un trattato simbolo dei tempi che furono, anacronistico e privo di collegamenti con il presente, tanto che soltanto gli addetti ai lavori conoscono la sua esistenza. E invece, complice la tensione alle stelle nella penisola coreana e la recente escalation missilistica di Kim Jong Un, questo trattato dovrebbe essere riletto con attenzione. Per il contenuto, certo, ma anche per le possibili implicazioni globali che potrebbe avere.



Il patto di ferro tra Cina e Corea del Nord

Il Trattato di mutuo soccorso e cooperazione sino-coreano è nato per promuovere la cooperazione pacifica tra Cina e Corea del Nord in vari settori: dall’ambito culturale a quello economico passando attraverso lo sviluppo tecnologico. Il documento originale è molto breve, un paio di pagine, condite da un’introduzione generale e sette articoli. In apertura Zhou e Kim Il Sung si impegnarono a “rafforzare e sviluppare ulteriormente le relazioni fraterne di amicizia” tra i rispettivi Paesi, a rafforzare la “cooperazione e assistenza reciproca tra la Repubblica popolare cinese e il Repubblica Democratica Popolare di Corea”, e a “presidiare congiuntamente la sicurezza” dei due popoli per salvaguardare e consolidare la pace dell’Asia e del mondo”.

Il secondo articolo merita di essere evidenziato: “Le Parti contraenti si impegnano congiuntamente ad adottare tutte le misure per prevenire un’aggressione contro una delle Parti contraenti da parte di qualsiasi Stato. Nel caso in cui una delle Parti contraenti dovesse essere oggetto dell’attacco armato da parte di uno o più Stati, ed essere coinvolta in uno stato di guerra, l’altra Parte contraente le fornirà immediatamente assistenza militare e di altro tipo con tutti i mezzi a sua disposizione”.

Attenzione, poi, all’articolo 7: “Nessuna delle Parti contraenti concluderà alcuna alleanza diretta contro l’altra parte contraente né prenderà parte a qualsiasi blocco o a qualsiasi azione o misura diretta nei confronti dell’altra Parte contraente”.

Il trattato di difesa stipulato con la Corea del Nord, inoltre, è l’unico trattato formale di alleanza militare firmato dalla Cina con un altro Paese che non è stato revocato dalla fondazione della Repubblica Popolare. Come abbiamo visto è stato anzi rinnovato. A conferma della sua importanza strategica.



L’importanza strategica del trattato

Con il passare degli anni molte clausole del trattato sino-coreano sono diventate intrinsecamente contraddittorie. Ad esempio, per garantire la pace in Asia e la sicurezza di tutti i popoli (articolo 1), Pechino è stata costretta a partecipare ad azioni contro Pyongyang imponendole sanzioni attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ONU). Molti analisti e diplomatici hanno poi maturato l’idea che Pechino non sarebbe più “obbligata” a proteggere il Nord in caso di conflitto, visto che lo sviluppo nordcoreano di armi nucleari avrebbe messo a repentaglio la sicurezza nazionale cinese, violando così l’impegno di difesa comune. In realtà, come abbiamo visto, la Cina ha ribadito l’importanza del documento.

Attenzione però: oggi la Repubblica Popolare non considera più la Corea del Nord come un “bene strategico” bensì una “responsabilità strategica“. Il legame ideologico che univa i due Paesi è stato sostituito da interessi geopolitici reciproci, riassumibili nel tenere a distanza gli Stati Uniti dalla regione. Riducendo all’osso il trattato, e riadattandolo al presente, qualora Stati Uniti o Corea del Sud dovessero punire la Corea del Nord per i suoi test missilistici, sempre più provocatori, allora la Cina sarebbe teoricamente costretta a scendere in campo per difendere Pyongyang.

C’è chi sostiene che Pechino, anche a fronte di una guerra mossa contro il Nord, non entrerà mai in guerra contro gli Usa e i loro alleati. È tuttavia soltanto una possibile supposizione perché il trattato esiste ed è valido. Valido, si badi bene, anche a parti invertite, e cioè qualora gli statunitensi dovessero attaccare la Cina (ipotesi non utopica viste le tensioni intorno a Taiwan). In tal caso toccherebbe a Kim Jong Un l’onere e l’onore di supportare il Dragone.

Allo stesso modo, la sezione 2 del trattato stabilisce che l’aiuto sarà fornito solo quando una delle due nazioni “viene invasa da” un Paese terzo, e non quando e se una delle due nazioni dovesse invadere o attaccare terzi. Giusto per capirsi, nel novembre 2010 la Corea del Nord bombardò l’isola sudcoreana di Yeonpyeong, portando la tensione intercoreana sull’orlo della guerra. Secondo le memorie dell’ex presidente sudcoreano Lee Myung-bak, l’allora emissario del leader cinese Hu Jintao, Dai Bingguo, volò a Pyongyang e si sedette faccia a faccia con il defunto leader nordcoreano Kim Jong Il, padre dell’attuale Kim. Dai fu chiarissimo: “Se la Corea del Nord attaccasse prima la Corea del Sud e, di conseguenza, ci fossero scontri di armi su vasta scala, la Cina non aiuterebbe la Corea del Nord”. Ma se, oggi, la situazione dovesse essere inversa, la Cina di Xi Jinping potrebbe pensarla diversamente.  

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