Il treno ha da sempre avuto una funzione che nel tempo si è spinta ben oltre il semplice trasporto di persone e merci da un punto ad un altro della tratta servita: la costruzione dei primi binari nell’800, ha indicato l’arrivo della rivoluzione industriale, così come l’avvio di una drastica riduzione dei tempi di percorrenza e quindi dell’idea stessa delle distanze e la presenza di una ferrovia è così diventata emblema di un territorio che inizia a conoscere più da vicino il resto del mondo; è per questo che, quando lo scorso 1 giugno il primo treno da Mombasa ha raggiunto Nairobi, i keniani hanno accolto con entusiasmo le celebrazioni per l’avvio di una ferrovia che simboleggia un primo deciso segnale di svolta non solo per il paese dei Masai ma anche per l’intero continente africano, che ora può vedere sfrecciare anche all’interno del proprio territorio quei treni capaci di fornire importanti servizi ad una platea sempre più vasta di persone.

Da Mombasa a Nairobi in quattro ore

In Africa la concezione delle distanze è ancora fortemente condizionata dall’arretratezza delle infrastrutture la quale, inevitabilmente, non solo influisce negativamente sul trasporto e quindi sull’economia dei paesi del continente nero, ma in molti casi rallenta anche la formazione di una coscienza nazionale in Stati a volte già di per sé molto vasti e formati da diverse etnie ed in cui, il dover compiere diverse ore di treno o di auto per raggiungere distanti punti del territorio, crea distanze culturali ancora più vaste; il caso del Kenya è in tal senso emblematico: Nairobi è la capitale di un paese molto importante a livello commerciale e politico per quella parte del continente che si affaccia sull’Oceano Indiano ed è inoltre una città in grande ascesa demografica e riferimento della regione assieme ad Addis Abeba; pur tuttavia essa non è bagnata dal mare ed il porto più vicino è quello di Mombasa che dista 450 km ed è per questo motivo che già gli inglesi quasi cento anni fa avevano costruito una prima ferrovia.

Pur tuttavia, l’assenza poi di investimenti successivi ha mandato una già poco competitiva tratta ferrata ancora più in declino, con i keniani costretti a sorbirsi almeno 12 ore all’interno vecchi treni per giungere dalla capitale alla loro costa e viceversa; per chi abita nelle zone dell’Oceano Indiano, in poche parole, dirigersi verso Nairobi e l’entroterra ha voluto significare per anni affrontare un viaggio di più di mezza giornata in condizioni poco confortevoli e questo contesto ha indubbiamente influenzato in maniera molto negativa anche il commercio, con le potenzialità del porto di Mombasa radicalmente bloccate e ridimensionate. Ma adesso la situazione è destinata ad un rapido mutamento: la nuova ferrovia, costruita a tempi di record e consegnata con 18 mesi di anticipo, permette un collegamento Nairobi – Mumbasa in quattro ore, tempi quindi non da alta velocità ma comunque in linea con gli standard europei e di gran lunga superiori a quelli africani. Per i keniani, potersi sedere all’interno di comodi treni e ridurre di due terzi il viaggio verso le coste dell’Oceano o verso la capitale rappresenta una svolta senza precedenti.

La ferrovia ‘made in China’

Non solo spostamenti più agevoli ed in linea con gli standard dei paesi più avanzati, ma anche importanti novità sul piano politico: l’inaugurazione della nuova Mombasa – Nairobi ha voluto significare infatti l’ingresso sempre più dirompente della Cina nel continente nero. Pechino ha progettato e costruito la ferrovia e tramite la società CCCC (China Civil Communications Construction) la gestirà per diversi anni; la nuova tratta è forse l’esempio più importante della politica che la leadership cinese applica sull’Africa: costruzioni di grandi opere che, per gli africani, vogliono significare un deciso passo in avanti tecnologico, mentre per i cinesi il tutto si traduce in affari sia per le aziende del dragone impegnate nella loro progettazione e costruzione e sia, a lungo termine, per i futuri investimenti facilitati dal migliore sfruttamento delle risorse. E’ accaduto così anche in Angola, dove la Cina ha ricostruito la devastata città di Luanda e gli stadi della Coppa d’Africa del 2010, e sta accadendo così anche in diversi paesi africani e, in gioco, non c’è soltanto la possibilità di nuovi investimenti ma anche il primato politico nel continente.  

Ma la Madaraka Express, così è stata ribattezzata dai locali la nuova tratta prendendo il nome dal vocabolo in lingua swahili che vuol dire ‘libertà’, non è soltanto la prima grande ferrovia costruita e gestita dai cinesi in Africa; proprio nel 2017, nel mese di gennaio, è stata inaugurata ad Addis Abeba la nuova tratta che collega la capitale etiope con Gibuti e quindi con il principale sbocco a mare dell’ex colonia italiana. Tale tratta è andata a sostituire la precedente costruita dai francesi, la quale permetteva l’espletamento del servizio in tre giorni di viaggio; adesso i tempi sono stati drasticamente abbattuti e per raggiungere Gibuti dalla principale città etiope servono dodici ore di viaggio. La nuova ferrovia inoltre è interamente elettrificata e sta già contribuendo a fare del grande aeroporto di Addis Abeba un vero e proprio hub del corno d’Africa, visto il miglioramento dei collegamenti verso il Mar Rosso.

La strategia cinese pagherà?

Non tutti concordano, in occidente, sia sulle modalità con cui la Cina si sta espandendo nel continente nero e sia sui reali benefici che a lungo termine avrà Pechino da questi investimenti; da un lato, non sono pochi a sottolineare che quello cinese non è altro che una forma diversa di colonialismo che darà ugualmente poche chance all’Africa di crescere autonomamente, dall’altro alcuni economisti hanno avanzato dubbi sulla reale possibilità della Cina di guadagnare negli anni gli investimenti fin qui effettuati. Sulla strategia cinese insomma, non vi è unanime consenso circa le sue opportunità e le sue potenzialità; pur tuttavia, è innegabile che quella messa in piedi da Pechino è un’opera di investimenti gigantesca con cui dover fare i conti e che mette in evidenza l’arretratezza delle strategie europee, ancora incentrate sugli aiuti economici dispersi in mille rivoli poi tra corruzione e quant’altro e senza concreto sostegno ad opere ed infrastrutture vitali per l’Africa per uscire dalla vulnerabilità economica.

Gli africani, dal canto loro, appaiono però contenti: tanto in Kenya, quanto in Etiopia, passando per l’Angola e per gli altri paesi raggiunti dalle nuove opere costruite dai cinesi, i cittadini vedono nei nuovi treni, nelle nuove strade e nelle tante novità infrastrutturali inaugurate negli ultimi anni un’opportunità per cercare di raggiungere gli standard delle nazioni in via di sviluppo. L’approccio cinese è quindi apprezzato dalla popolazione locale, anche per la non ingerenza di Pechino negli affari interni dei governi con cui stringe affari; i miliardi di Dollari investiti dalla Cina sono certamente un rischio, ma rappresentano anche un’investitura politica del dragone nella veste di potenza mondiale ed inoltre la scommessa su un territorio che da decenni soffre di mancanza di infrastrutture, come quello africano,  potrebbe negli anni tradursi in una posizione di vantaggio per Pechino quando i mercati del continente nero diventeranno ancora più appetibili.

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