L'”amicizia senza limiti” sancita lo scorso febbraio tra Vladimir Putin e Xi Jinping sembrava aver dato vita ad un’alleanza di ferro tra la Russia, la seconda potenza militare del mondo, e la Cina, la quasi prima potenza commerciale del pianeta. In realtà la situazione è ben diversa rispetto a quanto non si possa pensare. È stato il ministro della Difesa cinese in persona, Wei Fenghe, a chiarire che per Pechino Mosca non è un “alleato” ma un “partner importante“.

I termini sono importanti e hanno un peso specifico di primaria importanza. Una partnership può essere stretta tra chiunque, in teoria anche fra due Paesi non necessariamente “amici” o dotati degli stessi valori. L’alleanza, al contrario, è qualcosa che va oltre, qualcosa che unisce il destino di due nazioni e trascende ogni vantaggio geopolitico e commerciale. Wei ha tuttavia ribadito un concetto che, ai più attenti, era parso evidente già da settimane.

Se, infatti, Cina e Russia fossero state alleate, Pechino avrebbe appoggiato in toto le rivendicazioni russe sull’Ucraina, consegnato armi al Cremlino e fornitogli tutto il supporto necessario per bilanciare il sostegno occidentale garantito a Kiev. Non è avvenuto niente di tutto questo proprio perché quella sino-russa è una partnership non ideologica ma funzionale, calibrata per rafforzare alcuni settori specifici: commerciale, energetico, economico e, entro certi limiti, pure militare. In altre parole, esclusi i reciproci vantaggi economici, Pechino e Mosca sono accomunate soltanto da un rivale comune, gli Stati Uniti, e dallo stesso obiettivo: modificare l’attuale ordine globale, considerato a trazione statunitense.

Una partnership contraddittoria

Dietro tutto questo troviamo divergenze geopolitiche, antiche diffidenze e rivalità economiche. Basta fermarsi alla guerra in Ucraina, dove la posizione cinese risulta complessa e apparentemente contraddittoria. La Cina rivendica in pubblico la solida partnership con la Russia ma, al tempo stesso, afferma di essere neutrale al conflitto, per l’evidente timore di essere compromessa finanziariamente e colpita dalle sanzioni occidentali.

Non mancano altre contraddizioni. Lo scorso maggio la Russia ha superato l’Arabia Saudita, diventando il principale fornitore di petrolio della Cina. Eppure molti grandi colossi commerciali cinesi hanno abbandonato il mercato russo, mentre altrettante banche e società tecnologiche cinesi hanno sospeso gli affari con Mosca. Nel periodo compreso tra gennaio e aprile 2021, inoltre, le esportazioni di gas russo oltre la Muraglia attraverso l’oleodotto Power of Siberia sono aumentate del 60% su base annua. Questo significa che i cinesi stanno sì dando ossigeno ai russi in campo economico, ma lo fanno in cambio di preziose risorse energetiche. Una vera e propria manna dal cielo per un Paese energivoro come la Cina, a maggior ragione in un contesto di costante aumento dei prezzi di gas e carburante.



Cina e Russia: obiettivo Africa

Escludendo l’Asia centrale e il Sud-Est asiatico, dove entrambi i Paesi hanno provato ad espandere la propria influenza a discapito dell’altro (la Cina in Asia centrale, la Russia nel Sud-Est asiatico), per adesso senza ottenere clamorosi successi, il grande terreno di scontro strategico tra Mosca e Pechino è situato in Africa. La posta in palio è altissima, e coincide con riserve di preziosi minerali e altre risorse pregiate, come petrolio e oro.

Per capire l’attuale competizione nel Continente Nero bisogna fare un piccolo passo indietro. Nell’ottobre 2019, a Sochi, andò in scena il primo summit Africa-Russia. Fu un enorme successo diplomatico per Putin, che riferì di aver siglato una trentina di accordi di cooperazione tecnico-militare con vari Paesi africani, molti dei quali, tra l’altro, da tempo riforniti proprio dal Cremlino in termini di armamenti e strumenti militari. Rispetto ai cinque anni precedenti, poi, gli scambi commerciali tra Russia e Africa erano raddoppiati raggiungendo i 20 miliardi di dollari, con l’auspicio di di incrementare ancora di più le relazioni.

La strategia della Federazione Russa iniziava, non solo ad essere chiara, ma anche a farsi più aggressiva: armi e mercenari in cambio dell’accesso alle risorse naturali. Una strategia ben diversa da quella attuata dalla Cina, da 13 anni primo partner commerciale dell’Africa. Per rendersi conto delle cifre in ballo, basti pensare che nel 2021 il commercio bilaterale tra i due attori ha toccato quota 254,3 miliardi di dollari. Tutto, ovviamente, è decollato in seguito al lancio del progetto cinese della Belt and Road Initiative, un progetto mastodontico grazie al quale Pechino ha promesso e promosso investimenti in cambio della possibilità di sfruttare risorse locali.



La competizione sul nucleare

In Africa, come abbiamo visto, gli interessi di Russia e Cina coincidono. Sorge quindi una domanda: fino a quando la presenza nel Continente Nero dei due Paesi continuerà ad essere armoniosa e complementare? Lo stesso quesito può essere utilizzato anche nell’ambito della filiera nucleare. Le Monde Diplomatique ha acceso i riflettori proprio sulla competizione sino-russa nell’applicazione nucleare in ambito civile, tanto per quanto concerne la costruzione delle centrali, e annessi reattori, quanto per la vendita di combustibile nucleare.

La svolta di Mosca è datata 2007, quando Putin ha riorganizzato il settore attorno ad un’unica azienda, Rosatom, con l’intento di conquistare il mercato mondiale. Inutile far finta di niente: il panorama nucleare civile mondiale oggi è appannaggio del dupolio russo-cinese. La Russia controlla il 10% del mercato minerario dell’uranio, il 36% del suo arricchimento, il 22% della fabbricazione di combustibili e 36 progetti di costruzione di reattori all’estero. In altre parole, Rosatom detta legge. La Cina insegue con tre entità distinte: China National Nuclear Corporation (CNNC), China General Nuclear Power (CGN) e State Power Investment Corporation (SPIC). CNNC sembra essere la più indicata per contrastare lo strapotere di Rosatom. Il punto è che fin qui soltanto il Pakistan ha acquistato sei reattori (l’ultimo entrato in servizio nel marzo 2022); i tentativi di fare breccia in Regno Unito e Romania sono stati un buco nell’acqua.

Mosca e Pechino hanno riserve di di uranio in abbondanza, ma ne producono ben poco e devono impegnarsi ad importare la risorsa. Non è affatto casuale che Cina e Russia stiano incrementando l’acquisizione di miniere al di là dei propri confini. L’ombra di Mosca si estende sul Kazakhstan, anche se il Cremlino ha timidamente iniziato ad investire in Mozambico e Tanzania. La Cina ha puntato sulla Namibia, dove controlla l’intero settore dell’uranio, calcolatrice alla mano il 9% delle riserve mondiali. In Africa non si registrano, al momento, frizioni sino-russe come avvenuto, invece, in Mongolia nel 2010. Ricordiamo che in quell’occasione i russi riuscirono ad arginare i tentativi cinesi di controllare la miniera di Dornod in cambio di una parziale cancellazione del debito cinese mongolo. Chissà se accadrà qualcosa di simile, magari anche a parti invertite, anche nel Continente Nero.

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