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Divided We Stand è il titolo del diciottesimo numero del magazine inglese di Inside Over, dedicato agli Stati Uniti e alle grandi prospettive del Paese dopo le elezioni di midterm. Prospettive, quelle della superpotenza a stelle e strisce, oggi più che mai duali. La volontà della Cina di non arrivare a un confronto diretto con Washington emerge sempre di più nelle ultime settimane e da febbraio in avanti le difficoltà della Russia in Ucraina hanno ridimensionato la portata della preoccupazione di Washington per il colosso esteuropeo. Gli Usa possono dire di essere ancora gli azionisti di maggioranza di un ordine globale non più a loro discrezione ma sicuramente privo, per ora, di sfidanti alla pari.

Ma nonostante tutto ciò gli States restano divisi al loro interno. E le recenti elezioni di Midterm hanno restituito un Paese spaccato. Spaccato, in primis, tra Partito Democratico e Partito Repubblicano. Spaccato attorno all’eredità controversa di Donald Trump. Spaccato tra battaglie valoriali, questioni identitarie e disuguaglianze. Una nazione divisa ma che resta in piedi su scala globale. Pronta, forse, a proiettare all’esterno la sua potenza con maggior intensità rispetto al recente passato per compattarsi di fronte alle problematiche interne.

Ted Galen Carpenter, analista geopolitico che più volte abbiamo avuto il piacere di ospitare sulle nostre colonne, firma due articoli che permettono di analizzare questa prospettiva. Il primo è legato alle divisioni interne dell’America dopo le midterm. In cui ha fallito la strategia del Partito Repubblicano “trumpiano” di compattare attorno alle questioni identitarie l’elettorato, ma è anche emersa un’inquietante tendenza alla demonizzazione politica. Il presidente Joe Biden e i suoi seguaci hanno ripetutamente insistito sul fatto che i loro avversari politici erano razzisti, fascisti e una vera e propria minaccia alla democrazia stessa negli Stati Uniti.

L’America continua a essere, però, operativamente centrale nello scacchiere geopolitico globale. Carpenter approfondisce la questione nel suo secondo articolo in cui studia la visione del dominio Usa sugli scenari geopolitici europei. Arrivando a dire esplicitamente che la leadership Usa è fonte di indebolimento geopolitico e di veri e propri danni per l’Unione Europea.

Eyal Zisser, docente di studi strategici all’Università di Tel Aviv, approfondisce invece il futuro della relazone speciale tra Usa e Israele. Le strette relazioni tra i due paesi hanno resistito alla prova del tempo e persino approfondito il nesso Washington-Tel Aviv. Gli israeliani contano sul sostegno bipartisan sia da parte dei democratici che dei repubblicani nonché su un ampio sostegno del pubblico americano, e in particolare degli ebrei americani. L’AIPAC, la lobby ebraica filo-israeliana negli Stati Uniti, è strumentale nel mantenere queste strette relazioni, che d’altro canto Tel Aviv alimenta come presidio occidentale in Medio Oriente.

Infine, Emmanuel Karagiannis parla di come sul conflitto russo-ucraino Washington abbia capito la strategia russa di giustificazione delle manovre belliche basata sullo sfruttamento propagandistico del fattore-etnia. Per Karagiannis, studioso del King’s College, se da un lato un intervento militare degli Stati Uniti nella regione è altamente improbabile, dall’altro Washington potrebbe inviare un messaggio di rassicurazione alle ex repubbliche sovietiche come il Kazakistan. La creazione di una grande Russia, in cui vivrebbero tutti i russi etnici e di lingua russa, non può essere liquidata come “una cosa del passato”. Quindi, l’amministrazione Biden deve essere più proattiva e prepararsi a più crisi come l’Ucraina. Per preservare la strategia di governance del disordine globale anche con un Paese spaccato alle spalle.

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