La rivoluzione di velluto di Nikol Pashinyan è terminata ufficialmente la sera dello scorso 9 novembre, data in cui è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco che ha suggellato la vittoria dell’Azerbaigian nella seconda guerra del Nagorno Karabakh.

Il primo ministro armeno è stato coartato ad accettare il nuovo status quo e a premunirsi per evitare una fine prematura del mandato, in quanto circondato da una piazza in subbuglio, osteggiato da un’opposizione anelante alla sua sostituzione e testimone della volubilità di alleati come la Francia, vedendo nel rinsaldamento dei rapporti con il Cremlino l’unica soluzione in grado di tutelare simultaneamente la sua persona e la sicurezza nazionale dell’Armenia.

La base di Gyumri

La città di Gyumri, localizzata in prossimità della frontiera con la Turchia, è sede di una base militare russa che opera ininterrottamente sin dal 1941. La struttura, che ospita circa tremila soldati, fu costruita per volere di Stalin con l’obiettivo di contrastare un’eventuale invasione della Russia dal Caucaso meridionale e ha continuato le attività anche nel dopo-guerra fredda.

Pashinyan, pur avendo lottato contro l’ingresso di Erevan nell’Unione Economica Eurasiatica e lavorato per rafforzare i rapporti con Unione Europea, Stati Uniti e Alleanza Atlantica, non ha mai messo in discussione l’esistenza e l’utilità della base, che, nonostante i dissapori con il Cremlino ed alcuni incidenti che hanno coinvolto i soldati ivi stanziati, rafforza in maniera significativa l’ossatura della sicurezza nazionale armena.

L’obiettivo di Pashinyan: potenziarla

La seconda guerra del Nagorno Karabakh ha riaperto il dibattito sull’attualità della struttura, il cui nome ufficiale è 102sima base militare russa (102-я российская военная база), e sul suo potenziamento a scopo di deterrenza. Secondo quanto comunicato nella giornata del 22 febbraio da Vagharshak Harutiunyan, titolare del Ministero della Difesa armeno, “la questione dell’ampliamento e del rafforzamento della base militare russa sul territorio della repubblica armena è all’ordine del giorno”.

Harutiunyan, che ha parlato dell’argomento nel corso di un’intervista per l’agenzia di stampa russa Sputnik, ha dicharato che “le autorità di Erevan sono sempre state interessate a questo [ndr. l’ampliamento] per il semplice motivo che la base è inclusa a pieno titolo nel Gruppo delle forze unite delle forze armate armene e russe”. Inoltre, ha spiegato ancora il ministro, “espandere le capacità della base comporterebbe automaticamente l’aumento del potenziale del gruppo congiunto operante su base bilaterale nel Caucaso”.

In sintesi, l’esecutivo armeno è dell’idea che il potenziamento della struttura potrebbe beneficiare sia Erevan che Mosca, garantendo a quest’ultima una maggiore proiezione di forze nella regione. Il Cremlino, che per ora non si è espresso in merito, è stato informato della volontà del governo Pashinyan e, secondo Harutiunyan, avrebbe avuto una reazione positiva.

Non solo Gyumri

Nel corso dell’intervista, Harutiunyan ha parlato dei rapporti con la Russia e delle trattative in corso per espandere la collaborazione bilaterale nella sfera militare, dalla costituzione di associazioni temporanee per la produzione di armi alla “creazione e all’ampliamento della rete di centri certificati regionali per la manutenzione e l’ammodernamento di armamenti e attrezzature militari”.

I piani per la base di Gyumri e le offerte allettanti circa l’allargamento della cooperazione bilaterale, di cui si auspica un ritorno agli storici livelli di alta qualità, presentano un comune denominatore: il riposizionamento di Erevan in direzione di Mosca; un’inversione di tendenza che si è resa necessaria e d’obbligo a causa della sconfitta nella seconda guerra del Nagorno Karabakh, della conseguente consacrazione di Baku quale prima potenza del Caucaso meridionale e dell’acquisita consapevolezza sulla volubilità dell’Occidente.

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