Farsi nuovi amici nell’ottica di perseguire il concetto di comunità umana dal futuro condiviso; mettere un piede in aree geopoliticamente rilevanti perché incluse nel progetto della Nuova Via della Seta o sedi di basi americane dislocate nell’Indo-Pacifico; isolare ulteriormente Taiwan, togliendo alla “provincia ribelle” gli ultimi Paesi alleati, spesso nazioni povere e sperse in mezzo al nulla geografico; accrescere, infine, il proprio peso specifico come potenza marittima, affidandosi da un lato al rafforzamento della Marina e dall’altro al filo di perle formato da una serie di isolette strategiche. La Cina procede silenziosa in questa direzione, facendo bene attenzione a completare tutti gli obiettivi citati.

Eppure, negli ultimi giorni, si fa un gran parlare di quanto accaduto nelle Isole Salomone, remota nazione del Pacifico meridionale teatro di violente proteste anti cinesi come conseguenza di una scelta diplomatica controversa risalente al 2019. Qui una profonda crisi politica – dietro la quale, secondo alcuni, ci sarebbe l’ombra della Cina – è culminata con la richiesta di dimissioni del primo ministro, Manasseh Sogavare, e l’assalto al Parlamento da parte dei manifestanti, arrivati anche dalla vicina isola di Malaita.

Per capire il contesto bisogna tornare a tre anni fa, quando, nel settembre 2019, le Isole Salomone hanno deciso di spostare la propria rappresentanza diplomatica da Taiwan alla Cina, avvicinandosi quindi a Pechino e voltando le spalle a Taipei. Già nel 2006, dopo le elezioni legislative, un’insurrezione era scoppiata nel quartiere cinese di Honiara, a seguito di voci in base alle quali aziende vicine a Pechino avevano truccato il voto. Scene simili si sono ripetute a distanza di 15 anni nel medesimo quartiere cinese della capitale, dove manifestanti hanno appiccato il fuoco a un commissariato di polizia e saccheggiato negozi di proprietà cinese.

Il caso delle Isole Salomone

Adesso le proteste scoppiate nelle Isole Salomone sembrano essersi sgonfiate, complice anche l’arrivo di circa 150 militari provenienti da Australia e Papua Nuova Guinea. Restano tuttavia danni ingenti e tre persone uccise negli scontri. Il premier Sogavare, sotto accusa per corruzione e per aver deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con Taiwan e di instaurarle con la Cina, sostiene che dietro i tumulti scoppiati nel suo Paese vi sarebbero “potenze straniere” che si sono opposte alla decisione del 2019 di allearsi con Pechino.

Come ha evidenziato l’Agi, due anni fa il premier delle Salomone, Sogavare, aveva dichiarato in un podcast diffuso successivamente che sul piano economico e politico Taiwan era “totalmente inutile”. Sempre nel passato, per mesi, numerosi parlamentari delle Salomone hanno fatto pressione su Sogavare per spingerlo a cambiare linea diplomatica su Taiwan, argomentando che l’arcipelago del Pacifico avrebbe avuto molto da guadagnare da un’alleanza con Pechino, convinti di poter ottenere maggiori aiuti, in primis nel settore delle infrastrutture.

Il cambio di rotta è arrivato nel 2019, ma è stato accolto negativamente da una parte della popolazione locale, che invece aveva allacciato stretti rapporti con Taipei. Per Taiwan, invece, la decisione delle Salomone ha rappresentato un duro colpo, con cui ha visto scendere a 15 il numero di Paesi sostenitori. Risultato: Taiwan ha rotto le relazioni diplomatiche con Honiara.

Calamita cinese

Nell’ultimo decennio, come detto, la Cina è riuscita a ridurre in maniera consistente il numero di Paesi che riconoscono Taiwan. Il modus operandi del Dragone consiste per lo più in una graduale penetrazione commerciale, contornata da prestiti e investimenti di vario tipo: una manna dal cielo per Paesi misconosciuti e sostanzialmente in via di sviluppo. Come ha giustamente evidenziato il Corsera, questa strategia potrebbe presto ripetersi anche in un’altra nazione, o forse il processo è addirittura già in corso.

Stiamo parlando delle Isole Marshall, dove gli Stati Uniti hanno basi militari e di sorveglianza radar. Se Washington è preoccupato per il destino di Majuro – questa la capitale delle Isole Marshall – il Regno Unito lo è altrettanto per le Barbados, dal 2018 parte integrante della Belt and Road Initiative promossa da Xi Jinping. Che, secondo alcuni analisti, avrebbe intenzione di circondare i suoi nemici con un “abbraccio mortale” silenzioso.

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