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“So che l’era di oggi non è un’era di guerra, e te ne ho parlato al telefono”. Le parole del premier indiano, Narendra Modi, rivolte al presidente russo, Vladimir Putin, pesano nel vertice di Sco a Samarcanda e arrivano direttamente a Washington, dove la stampa Usa ha voluto rimarcare il messaggio dell’India. Come riporta Adnkronos, è stato in particolare l’Indian Express a rilanciare i commenti entusiasti del Washington Post e del New York Times: segno che nei circuiti che contano le dichiarazioni di Modi non sono state affatto trascurate. Putin ha incassato la “strigliata” e fatto capire a Modi di avere compreso le perplessità del colosso asiatico. “So della posizione sul conflitto in Ucraina e anche delle preoccupazioni. Vogliamo che tutto questo finisca il prima possibile” ha detto il capo del Cremlino, che però ha accusato l’Ucraina di essersi “fissata sul raggiungere i suoi obiettivi sul campo di battaglia”. A ribadire quindi una nuova linea narrativa di Mosca: è Kiev a rifiutare il negoziato.

Le parole di Modi hanno un peso specifico molto rilevante dati i rapporti più che positivi che intercorrono tra i due Paesi. India e Russia sono partner commerciali di grande importanza l’una per l’altra, specialmente nel campo bellico e in quello energetico, e rappresentano all’interno della Sco un binomio che può controbilanciare l’evidente controllo della Cina. Ma quello che conta, oltre alle affermazioni del premier indiano, è l’immagine complessiva che scaturisce dal vertice di Samarcanda. Un incontro alternativo al blocco occidentale che però non sembra aderire alle tesi di Putin, ma chiede al contrario un’interruzione del conflitto e un accordo di pace. Il leader cinese Xi Jinping, parlando ai capi di Stato dell’Organizzazione di Shanghai, ha detto che il mondo “non è pacifico”, che la sfida tra unità e divisione “è diventata sempre più evidente” e che questa condizione ha un impatto sulla stabilità del pianeta e “non favorisce lo sviluppo a lungo termine della regione”. Frasi che con tono diplomatico e compassato confermano le difficoltà di Pechino con il caos dovuto a diversi conflitti in corso nelle aree che la interessano.

Putin sa perfettamente che il suo omologo Xi, quello della “alleanza senza limiti” ribadita prima della guerra in Ucraina, è in difficoltà per questo conflitto in Europa e per l’immagine da consegnare al mondo. Lo stesso presidente russo ha dovuto prenderne atto riconoscendo proprio a Samarcanda che l’invasione iniziata il 24 febbraio ha sollevato “domande e preoccupazioni” a Pechino. E non è una confessione di poco conto per un leader come Putin che invece considera la sua “operazione militare speciale” anche come una risposta alla visione unipolare degli Stati Uniti su cui vuole avere man forte proprio da Xi. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha voluto smentire le divergenze tra Cina e Russia dicendo che c’è “un completo accordo nelle nostre valutazioni della situazione internazionale” e che “non ci sono differenze”. Ma è chiaro che qualcosa si sia rotto nel rapporto tra Mosca e Pechino anche vedendo una certa ritrosia di Xi nei molteplici faccia a faccia con Putin, a cominciare dalla mancata cena tra i due nell’incontro in Uzbekistan. Non si può certo parlare di uno scontro, visto che Pechino e Mosca dialogano (e molto) anche sul piano militare, ma traspare molta freddezza rispetto all’incontro in Cina prima delle olimpiadi invernali di quest’anno.

Anche sul fronte turco, arrivano segnali di adesione alla richiesta di stabilizzazione del conflitto palesati da Pechino e Nuova Delhi e da tutto il vertice Sco. Il presidente Recep Tayyip Erdogan che chiesto di porre fine alla guerra in Ucraina “il prima possibile”, provando anche a convincere Putin ad avere colloqui diretti con Volodymyr Zelensky in Turchia per un accordo su un cessate il fuoco. E il “sultano”, che da tempo ha cercato di intestarsi la figura di mediatore tra Kiev e Mosca pur non avendo mai sostenuto l’invasione russa e anzi sostenendo l’integrità dell’Ucraina, non ha perso l’occasione per ribadire la sua volontà di equilibrismo tra Nato, Russia e Cina.

Se non si può affermare che “l’altra metà del mondo” ha voltato le spalle alla Russia (nessuno a Samarcanda ha condannato apertamente e ufficialmente l’invasione), è altrettanto vero che per Putin si è trattato di un richiamo che non può essere sottovalutato sia per la sicurezza economica russa – garantita ora anche dall’Asia – sia per la capacità di trovare un accordo non al ribasso. Il vertice di Samarcanda ha segnalato comunque un lieve declassamento per il presidente russo rispetto agli anni in cui aveva costruito l’immagine di un leader capace di incidere sulla stessa idea di mondo alternativo all’Occidente, mentre dall’Uzbekistan l’impressione è che in questa fase il Cremlino voglia semplicemente essere un partner economico concedendo di fatto lo scettro della Sco alla Cina.

Una Cina che però non è apparsa così dominante come negli ultimi anni, e proprio la guerra in Ucraina è un campanello d’allarme anche per Xi, già messo a dura prova dalla crisi del Covid e sotto pressione per Taiwan. Pechino non sembra in grado di gestire gli altri partner, e le fiamme che si alimentano lungo le rotte della Via della Seta sono colpi molto duri alle velleità di una globalizzazione “in salsa cinese”. Il fatto che la Turchia non lasci comunque la Nato e che l’India sia bene inserita nel Quad (l’alleanza indo-pacifica voluta da Washington) possono essere letti in una duplice chiave: da un lato sono Paesi troppo autonomi rispetto agli Stati Uniti, ma dall’altro lato appaiono anche troppo vicini all’America per essere considerati partner affidabili di Pechino. La Russia deve fornire stabilità a Xi prima che l’Asia torni a ribollire: ma lo spazio post-sovietico appare non solo in subbuglio, ma anche a rischio di un vuoto di potere che la Repubblica popolare non è in grado di controllare nel breve termine.

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