The Donald torna a creare hype fra i suoi sostenitori (e non). Negli ultimi giorni aveva promesso, per la serata di giovedì 19, “un grande discorso politico” attraverso un post sul suo social, in risposta soprattutto a chi aveva denunciato una certa “anemia” della sua campagna elettorale, minata da mille intoppi giudiziari. La promessa era quella di annunciare a breve “manifestazioni e eventi selvaggi ed emozionanti”. L’annuncio era arrivato in una giornata, tra l’altro, molto particolare, che potrebbe aver galvanizzato il gruppo di lavoro dell’ex presidente: si tratta del sondaggio di Morning Consult, che lo vorrebbe 17 punti sopra il suo più temibile sfidante nel Gop, Ron DeSantis.

La serata a Miami

Nella serata di Miami del 19 gennaio scorso, dopo una lunga attesa durata 24 ore, Trump ha fatto il suo ingresso trionfale al Trump National Doral, suo golf club esclusivo, momento diffuso su Twitter da Christina Bobb giornalista e avvocatessa arruolata nella campagna per il 2024. Da allora nessuno ha più avuto notizie dei contenuti della serata, tanto da far pensare che “il grande discorso politico” non fosse quello bensì un altro, imminente, da tenersi nella giornata di venerdì 20 gennaio. Ma la stampa continua ad aspettare Godot e i social pullulano di post di scherno denunciano, come fa il Washington Examiner dal suo account: “What if Trump gave a ‘big political speech’ and no one cared?“.

Judicial Watch, l’organizzazione conservatrice presso la quale Trump avrebbe dovuto rilasciare il suo keynote speech, ha rilasciato un succinto comunicato stampa in cui annunciava che l’ex presidente sarebbe intervenuto alla tavola rotonda annuale del gruppo. Ma nessun contenuto dell’evento stesso sembra essere stato prodotto. Un’unica certezza: Trump quella sera ha parlato, ma a pochi sodali ben selezionati, dei quali non è nemmeno disponibile un elenco.

Il giallo sul discorso

Nessun resoconto della stampa. Nessun video. Nessun audio. Nessun estratto del discorso. Nemmeno un colloquio con un partecipante prima o dopo l’evento. Nulla che sia almeno sfuggito sui vari social per volontà o disattenzione. Davvero molto strano, sia rispetto alla propaganda roboante che aveva preceduto la serata ma soprattutto per una campagna che sta cercando di combattere la percezione che sia partita male. Potrebbero esserci delle buone ragioni per cui Judicial Watch abbia chiesto il riserbo assoluto, ma i conti continuano a non tornare. Risulta, tuttavia, piuttosto probabile che Trump sia incappato nei diktat dell’organizzazione che potrebbe aver chiesto di non diffondere notizie, informazioni e video dell’evento. Judicial Watch, infatti, è un gruppo di attivisti conservatori americani che invoca il Freedom of Information Act (Foia) per indagare sulla presunta cattiva condotta da parte di funzionari governativi. Fondata nel 1994, ha preso di mira principalmente i democratici, in particolare la presidenza di Bill Clinton, la presidenza di Barack Obama e Hillary Clinton. È stata fondata dall’avvocato Larry Klayman ed è guidata da Tom Fitton dal 2003. L’organizzazione è nota per attaccare la scienza climatica (descritta come la scienza della frode). Si è resa nota, inoltre, per numerose affermazioni accuse false e prive di fondamento: l’ex presidente ha ripetutamente citato molte delle presunte “indagini” del gruppo a sostegno delle sue tesi sulle frodi elettorali.

Non è, dunque, un’idea peregrina quella che vuole Trump costretto al bavaglio dopo tanta pubblicità (nonostante giocasse in casa). Così come non è da escludere che, viste le numerose perdite di fette del suo elettorato, il tycoon si stia rivolgendo ad altri pubblici, dei quali deve coltivare al meglio la fiducia, agitando il tutto come uno spauracchio rivolto ai democratici ma soprattutto ai nemici dentro il Gop.

Una settimana effervescente

Il mistero sulle parole del suo discorso si infittisce ancor di più se si pensa che nell’ultima settimana Trump non è affatto rimasto in silenzio. Al di là dell’annuncio del suo big speech è intervenuto su varie questioni: dapprima ha chiesto ufficialmente di tornare su Facebook, uno dei social da cui era stato bandito per la sua retorica incendiaria culminata nell’attacco a Capitol Hill. Uno dei suoi avvocati avrebbe una lettera al patron Mark Zuckerberg, chiedendo “una riunione per discutere la sua rapida riammissione”.

Poi è stata la volta dell’attacco al fronte conservatore del suo partito dichiarando che “In nessun caso i repubblicani dovrebbero votare per tagliare un solo centesimo da Medicare dal Social Security, entrando in rotta di collisione con gli stessi repubblicani estremisti a lui vicini che vorrebbero questi tagli in cambio dell’aumento del tetto del debito sollecitato da Joe Biden e dai democratici. L’ex presidente suggerisce invece di tagliare i fondi per gli aiuti internazionali e la lotta al cambiamento climatico. Poi ancora, nella giornata di venerdì, è stata la volta di parlare di aborto: di fronte all’impossibilità dichiarata da parte della Corte Suprema di identificare il responsabile della fuga di notizie sulla decisione di abolire il diritto costituzionale all’aborto, Trump ha proposto di mandare in prigione i giornalisti che hanno pubblicato il clamoroso scoop. “Non lo scopriranno mai ed è importante che lo scoprano – ha scritto l’ex presidente su Truth riferendosi al responsabile della fuga di notizie – Così bisogna andare dai giornalisti e chiedere loro chi è stato. Se non rispondono, mettiamoli in galera fino a quando non daranno una risposta. Ed alla lista possiamo aggiungere direttore ed editore”. Il riferimento è ai due giornalisti di Politico, Josh Gerstein e Alexander Ward, che avevano anticipato l’opinione del giudice Samuel Alito con cui effettivamente qualche settimana dopo è stata rovesciata la sentenza Roe vs Wade. E ancora, Trump non ha mollato affatto la vicenda dei file classificati che ora attanaglia anche Joe Biden: l’ex presidente ha denunciato i un video il doppio standard applicato nelle indagini.

Una settima di stilettate: era forse questo il grande discorso politico?

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