Il 2020 si sta rivelando l’anno del riavvicinamento per Grecia e Russia; due nazioni unite dalla storia e dalla fede ma divise dalla politica. Il clima di tensione permanente con la Turchia, aggravato dalla tiepidezza dell’Unione Europea nel prendere posizione contro il muscolarismo di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo, ha condotto la dirigenza ateniese a riformulare la propria politica estera e riesumare lentamente le relazioni bilaterali con il Cremlino, deterioratesi nel dopo-Euromaidan ed entrate in una fase di gelo con il riconoscimento dell’autocefalia alla chiesa ortodossa ucraina.

Al culmine di una stagione caratterizzata dalla presenza di segnali indicativi della volontà di un riavvicinamento, provenienti da ambo le parti, il 26 ottobre è avvenuta la svolta: il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, è approdato ad Atene, scelta come prima tappa di un tour nella penisola balcanica.

La visita

La visita di Lavrov ad Atene è stata breve ma intensa, oltre che estremamente significativa. Era da quattro anni che il capo della diplomazia del Cremlino non metteva piede in Grecia, e l’occasione del 26 ottobre è stata sfruttata per recuperare il terreno perduto in questo arco di tempo, come dimostrato dalla moltitudine di temi che sono stati discussi da Lavrov e dall’omologo greco, Nikos Dendias: sicurezza regionale, Caucaso meridionale, Cipro, rapporti bilaterali, relazioni Ue-Russia, bicentenario della guerra d’indipendenza greca, cultura, allestimento di una visita di stato di Vladimir Putin, collaborazione nel settore energetico, incremento del volume dell’interscambio commerciale.

Dendias non è stato l’unico politico con cui si è incontrato il capo della diplomazia del Cremlino. A latere della bilaterale, infatti, Lavrov ha anche incontrato il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, il presidente di Syriza, Alexis Tsipras, e il ministro degli esteri israeliano, Gabi Ashkenazi.

Un incontro produttivo

La cordialità è il sentimento che ha caratterizzato l’intera durata dell’incontro, definito da Dendias come l’inizio di un “nuovo capitolo nei rapporti bilaterali”. I primi e importanti risultati, infatti, sono stati raggiunti nella stessa giornata: la firma di un memorandum sulla trasformazione del 2021 nell'”anno della storia comune di Grecia e Russia”, una discussione preliminare sulla possibilità di una visita ufficiale di Putin per i festeggiamenti del bicentenario e, soprattutto, il supporto chiaro ed esplicito di Lavrov all’agenda di Atene per l’Egeo e il Mediterraneo orientale.

Il ministro degli estesi russo ha reiterato una posizione anticipata nei giorni precedenti dall’ambasciata russa ad Atene: il Cremlino riterrà legittima l’eventuale decisione dell’esecutivo di espandere le acque territoriali greche da sei a dodici miglia nautiche, in quanto trova fondamento e giustificazione nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982.

Lavrov, inoltre, ha lasciato intendere che la Russia potrebbe giocare un ruolo nel processo di de-escalation poiché ha “relazioni stabili e buone con i Paesi nella regione”. A questo proposito, è possibile che non si sia trattato di una coincidenza quanto accaduto negli istanti precedenti alla bilaterale tra Lavrov e Dendias: il governo turco ha dato comunicazione dell’annullamento di due esercitazioni militari in prossimità delle acque greche, annunciate nei giorni scorsi e programmate per il 28 e il 29 ottobre.

Il tempismo perfetto con cui sono state cancellate le esercitazioni potrebbe suggerire che il Cremlino abbia chiesto ad Ankara di ridurre strategicamente le ostilità; un favore, in breve, funzionale all’obiettivo di creare l’ambiente ideale per il ripristino della normalità e della fiducia nelle relazioni greco-russe. Lo scopo della mossa è stato compreso e ha funzionato: Dendias, in conferenza stampa, ha spiegato che la Grecia è interessata a fungere da ponte tra l’Ue e la Russia e all’integrazione di quest’ultima nell'”architettura della sicurezza dell’Europa”.

Il lungo riavvicinamento, un riepilogo

Non è dato sapere come e dove potrebbe schierarsi la Russia in un eventuale conflitto aperto fra Grecia e Turchia, ma potrebbe non essere così irrealistica la riesumazione dell’antico asse fra Atene, erede di Bisanzio, e Mosca, la Terza Roma. Quel legame, fondato sui trascorsi storici e sulla comunanza religiosa, è stato, però, spezzato dalla politica.

La Grecia, infatti, aderisce al regime sanzionatorio antirusso legato alla questione ucraina, e ha anche seguito la politica del patriarcato di Costantinopoli per quanto riguarda lo scisma ortodosso, ma il legame di affezione tra i due popoli resta elevato ed è nell’interesse di entrambi i paesi il contenimento dell’espansionismo neo-ottomano e panturco nel Vicino e Medio Oriente.

Il pomeriggio del 22 luglio scorso, a poche ore di distanza dall’ultima crisi nel Mediterraneo orientale tra Grecia e Turchia, Mitsotakis aveva raggiunto telefonicamente il presidente russo. I due avevano avuto una lunga conversazione durante la quale si era discusso principalmente di tre temi: la riconversione in moschea di Santa Sofia, la sicurezza nel Mediterraneo orientale e la situazione in Libia.

Stando a quanto riportato dal sito ufficiale del Cremlino, Mitsotakis aveva tentato la carta della diplomazia del corteggiamento: la promessa di approfondire le relazioni bilaterali, in particolare la collaborazione nell’industria, nella scienza, nell’economia e nella tecnologia, e l’enfasi sul prossimo arrivo del bicentenario dell’indipendenza della Grecia dall’impero ottomano, evento che fu possibile grazie all’intervento russo.

La telefonata si era conclusa con l’impegno reciproco di “mantenere ulteriori contatti”. L’impegno, evidentemente, è stato rispettato: le due diplomazie hanno lavorato con intensità all’organizzazione della visita di Lavrov, materializzatasi nella giornata del 26 ottobre, che sarà propedeutica all’arrivo di Putin in occasione dell’attesissimo bicentenario.

L’appello a Putin, che ha spianato la strada al simbolico ritorno di Lavrov ad Atene, era stato anticipato da un semestre ricco di segnali e messaggi da interpretare, lanciati all’insegna di un solo obiettivo: la normalizzazione dei rapporti con Mosca. Tutto aveva avuto inizio con il ristabilimento dei contatti fra i rispettivi servizi d’informazione militare, funzionale allo scambio di soffiate riguardanti le azioni di Erdogan nella regione, al quale aveva fatto seguito il ritorno della Grecia in Siria nello schieramento di Bashar al-Assad.

A inizio maggio, il governo greco aveva nominato Tasia Athanassiou quale inviato speciale per la Siria del ministero degli Esteri, colmando un vuoto durato otto anni, ovvero dal 2012, quando Atene decise di interrompere ogni relazione diplomatica con Damasco su pressione dei partner occidentali. Uno sguardo al curriculum della Athanassiou era tutto ciò che serviva per capire la valenza della mossa: in precedenza era stata ambasciatrice della Grecia in Russia e in Siria.

Complementare alla nomina della Athanassiou era stata la decisione di avviare i lavori per l’inaugurazione di una Camera Greco-Siriana a Salonicco, da inquadrare nel più ampio contesto di un’iniziativa ateniese mirante a costruire un partenariato bilaterale con Damasco nell’ambito degli affari marittimi. Le ripercussioni di una simile operazione sono evidenti: accerchiare la Turchia via mare con la benedizione della Russia.

Nel mese di giugno un altro messaggio eloquente era stato inviato all’indirizzo di Mosca: la firma di un contratto per l’approvvigionamento del gas di durata decennale fra il conglomerato industriale Mytilineos e Gazprom Export. Mytilineos aveva iniziato ad acquistare il gas di origine russa tre anni fa e da allora aveva preferito rinnovare di anno in anno gli accordi di fornitura; perciò la decisione di porre fine alla pratica degli acquisti su base annua in favore di un contratto decennale si offriva ad un’unica interpretazione.

Infine, all’indomani dello scoppio dell’escalation militare fra Armenia e Azerbaigian nel mese di luglio, il governo greco aveva inviato una squadra di diplomatici a Yerevan in segno di solidarietà, comunicando l’intenzione di potenziare la collaborazione negli affari militari. Quando, poi, il 27 settembre, tra i belligeranti sono riniziate ufficialmente le ostilità, Atene ha dato seguito ai propositi di metà estate per mezzo di supporto diplomatico a Yerevan e del semaforo verde alle partenze di combattenti volontari diretti nel Nagorno Karabakh con la missione di rafforzare le file dell’esercito separatista filoarmeno.

Anche in questo caso, alla luce del rapporto simbiotico che lega Yerevan e Mosca da secoli, si tratta di messaggi diretti (anche) al Cremlino e di mosse estremamente utili perché funzionali a dare una forma terrestre all’accerchiamento della Turchia, complementando e completando il cordone sanitario via mare che si sta rapidamente costruendo per mezzo dell’allineamento con Cipro, Egitto e Israele.

La visita di Lavrov non è, quindi, il classico fulmine a ciel sereno; essa rappresenta la chiusura ideale di un cerchio il cui disegno è cominciato a inizio anno. La volontà di normalizzare i rapporti era ed è palpabile e le agende estere dei due paesi condividono storicamente un comune interesse antiturco; le basi per una collaborazione erano e sono già presenti.

Il ritorno al dialogo e alla cooperazione, però, non sarebbe stato possibile se non fosse stato per la miopia in campo strategico dell’Ue, le cui azioni maldestre e mal calibrate nel Mediterraneo orientale hanno letteralmente spinto il governo greco a riformulare le priorità della propria politica estera, rivalutando una normalizzazione con la Russia che, fino all’anno scorso, era stata facile da immaginare ma difficile da concepire.

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