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Quella delle Ferrari abbandonate all’aeroporto da chi fuggiva la bancarotta e il carcere, ve la racconteranno subito. Realtà o leggenda, la bomba immobiliare del 2008 fa ancora letteratura e la paura di un nuovo “overheating” c’è, anche se nessuno ne parla volentieri. Qui fino alla prima metà del Novecento più che l’auto si usava il dromedario, la tenda andava più del grattacielo e al massimo si coltivavano le perle sempre che non arrivassero i pirati. Scoperto il petrolio nel 1958, il deserto è fiorito. Di possibilità anche ardite. Così le “sette sorelle” in Al Nahyan, la famiglia di emiri a capo della federazione, punta a differenziare ogni emirato, indirizzandolo ad un target diverso.

Prendi Abu Dhabi: con 1,5 milioni di abitanti, un miliardo di litri di acqua consumata al giorno e il 9% delle risorse mondiali di petrolio è capoluogo e capitale degli Eau. Meno grattacieli e centri commerciali e molto più spazio di Dubai, sul lungo fiume c’è perfino il bike sharing e si combatte l’afa creando una foresta di mangrovie da esplorare in canoa, quasi in pieno centro. La nuova moschea Sheikh Zayed impressiona per dimensioni e fulgore e ha regole di visita molto più rigide di quella di Dubai. Eppure nella città del “padre della gazzella” si corre anche oltre l’ortodossia della religione.

a Formula 1 con il museo “Ferrari world” ha già aperto nuovi orizzonti: entro il 2020 saranno ultimate anche le due sedi distaccate di Louvre e Guggenheim. Sport e cultura, che saranno “panem et circenses” del milione di persone che si pensa arriverà a vivere nei nuovi insediamenti. C’è Al Reem, su un’isola artificiale, ma c’è anche Masdar city, la prima città ad emissioni zero, progettata da Norman Foster che rimonterà qui anche il padiglione da lui pensato per Expo 2015.

Anche gli altri emirati guardano oltre gas e petrolio: a 8 km da Dubai c’è Sharjah, una città stato dove gli studi in filosofia del suo sceicco, Al Qasimi, stanno dando buoni frutti. Forse non nella risoluzione definitiva del traffico sempre intenso, però in compenso Sharjah vanta, per i suoi 900mila abitanti, un distretto museale che insieme a prezzi più bassi del 30% costituisce un’offerta complementare e vicina al brand di Dubai. L’emirato emergente però si chiama Ras Al Khaimah, al secolo Rak. A meno di un’ora a nord di Dubai, può sfruttarne gli aeroporti. Anche qui nascono false meraviglie dal mare di sabbia: c’è l’isola artificiale di Al Marjan dove hanno sede gli hotel più lussuosi. Quelli “no alcohol” indicano la direzione della Mecca sul soffitto e dai comò, come da noi spesso c’è la Bibbia, spunta il tappeto per la preghiera. Il mare, basso e sabbioso, è la gioia delle famiglie, mentre le gite fra le dune del deserto sono lo sport nazionale. Il centro è ancora un cantiere, indeciso fra esplodere in verticale o fermarsi a misura d’uomo. Nel dubbio per raccontare il futuro si guarda al passato: la vecchia cittadina di Jazirat Al Hamra è di fango, e sarà restaurata per raccontare dell’antico regno di Julfar e dei pescatori di perle. Su, fra le rocce dei monti si arriva al palazzo di Sheba e alle ultime postazioni britanniche che caddero nel 1800 come il forte di Dhayah.

L’Oman è dietro l’angolo: lo si vede salendo la strada di Jebel Jais. È uno “Stelvio tropicale”, l’ultima idea dello sceicco: “Una volta quassù nevicò”, spiegano gli operai, “lui decise che vi avrebbe costruito un rifugio e piste da sci”. Indoor si intende. La strada sarà pronta in un paio di anni. All’ultima curva costruita per ora c’è Mahmood a fare la guardia: sorride sdentato e ringrazia della foto: “Mettila su Instagram!”.

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