È la ristrettissima élite che molti chiamerebbero “globalista” poiché animata da ultra-milionari di orientamento liberal-progressista: un’oligarchia cosmopolita che non conosce crisi – né confini – e che ogni giorno diventa sempre più ricca. Lo dimostrano anche gli ultimi dati: il patrimonio del patron di Amazon Jeff Bezos, attualmente l’uomo più ricco del mondo, ammonta a 171,6 miliardi di dollari, secondo il sito web Economic Times. Nonostante la crisi della pandemia di Coronavirus, il patrimonio netto di Bezos ha toccato un nuovo record, anche dopo aver rinunciato a una parte della sua quota di Amazon, come parte di un accordo di divorzio dalla ex moglie l’anno scorso.

Paperoni “progressisti” sempre più ricchi

Ma quello di Bezos, Ceo di Amazon e proprietario del Washington Post, uno dei maggiori critici del presidente Donald Trump, è un destino comune agli altri “paperoni”: anche se il mondo sta affrontando la peggiore recessione economica dalla Grande Depressione con milioni di posti di lavoro persi e aziende in crisi, gli ultra-ricchi continuano ad accumulare denaro. Tra marzo e maggio, i 25 uomini più ricchi del mondo hanno accumulato oltre 255 miliardi di dollari, secondo Forbes. Inoltre, 29 nuovi miliardari sono stati aggiunti negli ultimi tre mesi. E nel mese di giugno, il loro patrimonio netto è aumentato ulteriormente e si stima che i soli miliardari statunitensi abbiano guadagnato ben 565 miliardi di dollari dall’inizio dell’emergenza, secondo l’Institute for Policy Studies e Americans for Tax Fairness. Si tratta di proprietari delle aziende hi-tech presenti in tutto il mondo.

Le aziende hi-tech si schierano contro Trump

Jeff Bezos, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Warren Buffett. I milionari americani e le rispettive aziende hi-tech hanno anche altro in comune. La stragrande maggioranza di loro, nonostante i tagli fiscali dell’amministrazione Trump, sono di orientamento “progressista” e liberal. Vicini al Partito democratico Usa, sono ostili ai conservatori e alle politiche del Presidente Donald Trump. Secondo quanto riporta la Cnbc, l’industria hi-tech è notoriamente simpatizzante della sinistra Usa, ma le politiche del presidente Donald Trump in materia di immigrazione e commercio, unite alla gestione del presidente dell’emergenza sanitaria da Covid-19 e alle proteste a livello nazionale contro la violenza della polizia, hanno creato uno squilibrio ancora più ampio rispetto al passato.

I dipendenti delle aziende hi-tech non solo preferiscono nettamente Joe Biden, ma stanno anche raccogliendo denaro per i candidati democratici, in particolare in vista delle sfide elettorali al Senato, dove la maggioranza repubblicana è ora a rischio. Tra le 17 società hi-tech statunitensi dal valore di 100 miliardi di dollari o più, i dipendenti di Netflix  sono i più liberal in base ai dati sulla raccolta fondi, con il 98% delle loro donazioni destinate ai democratici, secondo il sito Web OpenSecrets del Center for Responsive Politics. Qualcomm è invece il più conservatore, anche se la preferenza verso i repubblicani supera di pochissimi il 50%.  Nvidia, Adobe, IBM, Salesforce, Alphabet (Google), Microsoft, Apple, Paypal, Ciso, Amazon, Facebook: tutte queste grandi società sono a maggioranza nettamente democratica e i loro dipendenti sostengono apertamente i candidati liberal alle prossime elezioni. Le uniche eccezioni sono rappresentante da Larry Ellison, co-fondatore e presidente di Oracle, noto sostenitore del presidente Donald Trump, e dalla già citata Qualcoom, il cui Ceo e fondatore Franklin Antonio è di fede conservatrice.

L’élite contro popolo?

L’opinione dei paperoni americani di comprovata fede liberal è la stessa della maggioranza degli americani? Molto probabilmente no. Come notava nel 2005 il politologo Samuel P. Huntington, più di dieci anni prima dall’ascesa di Donald Trump nel saggio La nuova America. Le sfide della società multiculturale, “le opinioni della maggioranza sui problemi dell’identità nazionale differiscono significativamente da quelle di molte élite”. Tali differenze, spiegava Huntington, “riflettono il contrasto sottostante tra gli elevati livelli di orgoglio nazionale e di impegno psicologico verso il paese da parte della maggioranza dei suoi abitanti, e la progressiva de-nazionalizzazione delle élite, accompagnata da un atteggiamento decisamente favorevole alle identità transnazionali e subnazionali”. Le differenze, sosteneva lo studioso, “tra una maggioranza patriottica e le élite denazionalizzate rispecchiano altre differenze, nei valori e nella filosofia. Le sempre maggiori differenze tra i leader delle grandi istituzioni e il popolo sui problemi di politica interna ed estera che coinvolgono l’identità nazionale formano un confine culturale molto significativo che taglia trasversalmente le distinzioni di classe, di confessioni religiosa, di razza, di religione e di etnia. In diversi modi, l’establishment americano, pubblico e privato, si è sempre più distaccato dal popolo americano”.

Concetti da tenere bene a mente in vista delle prossime elezioni presidenziali di novembre. Donald Trump parte svantaggiato per la (pessima) comunicazione della Casa Bianca sull’emergenza Covid.19 e ripetere l’impresa del 2016 questa volta sarà ancora più difficile: la “maggioranza silenziosa”, così come la definisce lo stesso Trump, potrebbe però riservare ancora qualche sorpresa. Piaccia o meno a Paperoni o filantropi.

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