Nei giorni stabiliti i camion si accodano già dall’alba alla barriera doganale del Pk12, il punto chilometrico 12, all’uscita della capitale Bangui, per partire in convoglio scortati dai militari delle Nazioni Unite. “Il problema è al ritorno, quando la scorta non c’è, perché riparte prima ancora che finiamo di scaricare la merce”, racconta Cyril (nome di fantasia), autista della società di logistica Ecolog, appaltatrice del rifornimento di viveri delle basi Onu.

A causa della guerra civile iniziata nel 2012, circa l’80% del territorio della Repubblica Centrafricana è in mano a ribelli che, tra le altre cose, controllano le strade tramite checkpoint per il prelievo di “tasse”. L’ultimo accordo di pace, siglato a Khartum (Sudan) nel febbraio 2019 tra il governo e 14 gruppi armati, non ha impedito il proseguire del conflitto “a bassa intensità”.

Cyril è diretto a Bria, verso est, zona controllata in maggioranza dall’Unione per la Pace in Centrafrica (UPC), una delle principali milizie nata dallo scioglimento della Seleka, la coalizione musulmana responsabile del colpo di stato del marzo 2013. “A ogni barriera stradale si paga e le cifre sono spesso esagerate. A volte si può negoziare, ma dipende dall’umore di chi si trova davanti”. Le richieste variano dai 10mila ai 100mila franchi (da 15 a 150 euro) per checkpoint, in base al tipo di trasporto e al committente. Per compensare tali costi, molti camion mercantili trasportano anche passeggeri paganti. “Se non paghi si prendono il carico, i passeggeri e a volte pure il camion”, racconta ancora l’autista.

Non solo oro e diamanti

Il dibattito sul conflitto centrafricano si concentra, in genere, sul controllo delle risorse minerarie e sul contrabbando di armi. Ma il racket degli assi commerciali è fondamentale per le milizie, specie in quelle zone dove le risorse naturali scarseggiano. I guadagni non derivano solo dai pedaggi imposti ai passeggeri in transito, ma anche dalla tassazione del bestiame, che viene allevato soprattutto nelle regioni del nord e trasportato a Bangui, e della mercanzia che proviene dal Sudan.

Nel 2017, il Servizio internazionale di informazione per la pace (Ipis), centro di ricerca indipendente sulle zone di crisi, che ha sede in Belgio, ha mappato per la prima volta le barriere stradali presenti nel Paese, rilevandone un totale di 284. Solo il 40% circa è gestito da autorità statali, la restante parte da gruppi armati. Di questi, come riporta Ipis, i tre principali schieramenti ex-Seleka (tra cui l’UPC), incassano in totale almeno 6 milioni di euro l’anno.

mappa barriere stradali Centrafrica (Ipis)
A novembre 2017, Il Servizio internazionale di informazione per la pace (IPIS) ha pubblicato il rapporto L’economia politica dei blocchi stradali nella Repubblica Centrafricana, che distingue nel Paese vari circuiti commerciali, ognuno sottoposto a diverse dinamiche di tassazione, lecita o meno. La mappa delle barriere stradali è ancora rappresentativa della situazione attuale.

 

Secondo il Direttore generale delle dogane centrafricane, Frédéric Inamo, intervistato da Jeuneafrique a maggio 2019, “la dogana centrafricana lavora solo su un terzo del Paese. Si tratta di un deficit significativo, stiamo perdendo almeno due miliardi di franchi al mese (3 milioni di euro)”. L’attuale budget dello Stato ammonta a soli 218 milioni di euro (che arrivano a 400 milioni contando i fondi ottenuti da donatori internazionali), di cui il 40% deriva dalle imposte doganali, che sono dunque vitali.

In questo contesto rimane da capire che effetto avrà l’entrata in vigore, il 1° gennaio 2021, dell’Area continentale africana di libero scambio (AfCFTA), che prevede l’eliminazione del 90% dei dazi delle merci in transito. “Ci sono circa 30 uffici doganali in diverse grandi città, ma ne controlliamo solo una decina. Il nord, il centro, il sud-est e persino il nord-ovest ci sfuggono e i gruppi armati prelevano più della metà delle entrate doganali dello Stato”, ha spiegato ancora Inamo.

Lo Stato-capitale

Ad agosto 2019, nell’ottavo distretto di Bangui, alcuni commedianti hanno inscenato le sofferenze della popolazione vessata dalle estorsioni alle barriere stradali, stavolta quelle statali. Sul palco di un evento organizzato da radio Ndeke Luka, la principale emittente locale finanziata con fondi europei, l’imitazione più apprezzata è stata quella di un gendarme che, durante il controllo documenti, chiede a un viaggiatore persino il certificato di battesimo, pur di trovare un modo per riscuotere una tassa.

Anche se non si rischia di essere rapinati ai checkpoint governativi (almeno non con la forza), la richiesta di denaro non è meno asfissiante di quella delle milizie. Le barriere delle forze di sicurezza centrafricane sono spesso illegali, e quando non lo sono, nulla impedisce la richiesta di pagamenti non dovuti. Nel 2012, nel tentativo di regolare i checkpoint ufficiali, il governo ha emanato un decreto elencandone 92. Ma già allora ce n’erano più del doppio e il decreto è sempre rimasto lettera morta.

Le istituzioni statali sfuggono allo Stato, da sempre concentrato solo a Bangui. Qui la politica, al netto dei golpe, almeno sei dall’indipendenza del 1960 a oggi, non ha mai veramente rivendicato le province. “Il Centrafrica è uno stato improbabile […], il governo non è mai stato davvero presente fuori dalla capitale. Fino alla fine del 19esimo secolo, gli abitanti di queste zone vivevano in quelle che gli antropologi chiamano ‘società senza Stato’, dove il potere coercitivo era diffuso piuttosto che centralizzato”, spiega Louisa Lombard, antropologa dell’Università Yale degli Stati Uniti.

Fuori da Bangui, la mancanza di un sistema di pagamento degli stipendi statali (comunque miseri, per coloro che sono pagati), induce alla creazione dei checkpoint abusivi. “Chi lavora lontano non può viaggiare per giorni per andare a Bangui a prendere lo stipendio. Siamo sempre qua, dormiamo, lavoriamo e basta”, spiega un gendarme della barriera di Bossemptele, sulla strada principale che collega la capitale al Camerun.

Da qui proviene l’80% degli approvvigionamenti del Paese, il cui prezzo finale è maggiorato anche più del 50%, a causa dei molti costi illeciti del trasporto. La strada è l’unica controllata totalmente dal governo, grazie agli sforzi della Minusca, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana. Percorrerla interamente costa a un camion un minimo di 50mila franchi (80 euro), mentre le moto pagano in media 1000 franchi (1.50 euro) per barriera e le auto almeno il doppio. La rotazione del personale alle barriere stradali, in sostanza, è spesso l’unico modo per pagarne i salari.

“Lo Stato si ferma al Pk12”, dice un proverbio centrafricano. Ma anche in centro a Bangui non va alla grande.

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