(Beirut) Collezioni di documenti, lettere, fotografie di case abbandonate della Beirut del dopo-guerra civile. Un ossessivo e razionale lavoro da intendere come atto poetico. È questo l’allestimento di Gregory Buchakjian, artista poliedrico e sorprendente, in mostra al Sursock Museum di Beirut fino all’11 febbraio con “Abandoned Dwellings: Display of System”. Per questa sua installazione ha consultato persone dal diverso background: cittadini di Beirut, giornalisti, ricercatori, artisti, rifugiati. La mostra è una manifestazione della desolazione della solitudine e dell’abbandono, un’esperienza carica di paure. Al centro le vite degli abitanti dimenticati e delle loro case abbandonate, desolate, in rovina. Questa ultima fatica di Buchakjian utilizza diversi registri per la sua espressione: il film, le immagini di architetture, gli audio e le fotografie. L’artista ha creato un inventario di 760 case abbandonate, un archivio di 800 oggetti e 10.777 fotografie.

La curatrice Karina el Helou ricorda come l’idea di questa mostra sia nata. Si trovava a Tripoli, era il settembre 2017, voleva invitare Buchakjian a mostrare il suo progetto lì, e lui invece l’ha poi invitata a curare il suo lavoro al Sursock. “Abandoned Dwellings è un progetto denso e può essere mostrato in diversi modi, questa è la sua bellezza. Gregory è polimorfo e multidisciplinare e non è tipicamente arte contemporanea, ma più una ricerca che abbiamo poi trasformato in materiale artistico. Questi documenti vengono tirati fuori dalla realtà e mostrano l’essenza della storia di Beirut, la perdita dovuta alla guerra e alla migrazione, ma poi la capacità di recupero del popolo libanese”.

Il lavoro di ricerca è stato faticoso, spiega la curatrice: “Abbiamo attraversato molte fasi, Gregory ha lavorato duramente per trovare il modo di creare il film nel 2018 e trovare le forme più adatte per i suoi archivi e le fotografie. Se consideriamo la ricerca in sé, ci sono voluti 7 anni ma poi un anno per curare la mostra al Sursock”.

Questa installazione polimorfa e complessa è da intendere come atto poetico. Come scrive anche Alejandro Jodorowsky nel suo libro “Psicomagia” del 1995: “L’atto poetico è convulso…un processo consapevole che ha lo scopo volontario di introdurre una fessura nell’ordine morto che permea la società”. L’artista anche se segue un ordine razionale, meticoloso, compulsivo e ossessivo riesce a far fuoriuscirne poesia. Gli oggetti più disparati sono stati recuperati e catalogati: la patente di guida di un palestinese, un abbonamento per il treno di un inglese, diari scritti a mano del 1979. Tutti questi oggetti erano destinata ad essere distrutti o perduti per sempre. Buchakjian ha contribuito alla loro conservazione e li ha elevati ad arte e poesia.

“Buchakjian è una persona molto curiosa, è la sua essenza. Quindi questa curiosità gli consente di esplorare diversi strumenti e rende la sua mente attiva in tutti i campi (ricerca, storia, fotografia, scrittura…) Ecco perché i processi sono spesso lunghi, cerebrali e profondi, se scrive o inizia un progetto artistico, la strada è quella di un esploratore, disegnerà una mappa, stabilirà una destinazione e inizierà un lungo viaggio”, racconta el Helou.

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