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La situazione nella penisola coreana è ancora al centro della diplomazia di Washington, che sta cercando in tutti i modi di avviare il processo di denuclearizzazione, fondamentale per garantire la sicurezza e stabilità in quel settore dell’Estremo oriente secondo la Casa Bianca, uscendo da un’impasse che si protrae da più di un anno.

Dopo il vertice di Singapore dell’anno scorso e quello di Hanoi di quest’anno, si è creata una situazione di stallo nelle relazioni tra Corea del Nord e Stati Uniti: tra i due Paesi non è stato fatto nessun passo avanti per cercare un accordo che accontenti entrambe le parti, anzi, il fallimento del summit vietnamita si può riassumere nell’abbandono del tavolo delle trattative da parte del presidente Donald Trump.

Però gli Stati Uniti, per volere della Casa Bianca, hanno sempre cercato – con successo – di mantenere aperti i canali diplomatici, anche in modo informale e del tutto personale come piace fare al tycoon: proprio recentemente il presidente Usa ha ricordato che non intende sovvertire il regime nordcoreano e che “abbiamo imparato la lezione tempo fa”.

Il pugno di ferro Usa nel guanto di velluto

Lo scorso 11 settembre, Trump ha ricordato come il suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, abbia commesso un grosso errore facendo riferimento al cosiddetto “modello libico” nei suoi rapporti con la Corea. “(Bolton Ndr) ha commesso alcuni errori molto grandi. Ha parlato di un molo libico per Kim Jong-un”, ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, ricordando che l’osservazione del consigliere aveva causato un blocco dei colloqui con la Corea del Nord. “Non appena ha menzionato il modello libico è stato un disastro”, ha detto il presidente americano, aggiungendo poi: “Non incolpo Kim Jong-un per quello che ha detto dopo. E non voleva avere niente a che fare con John Bolton”.

Appare chiaro come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale fosse un personaggio ostile alla strategia di Trump e quindi, come abbiamo già avuto modo di dire, il suo siluramento fosse inevitabile.

La parole diplomaticamente poco ortodosse di Trump, però, sembrano voler tendere la mano a Kim Jong-un che avrebbe anche invitato il presidente americano a Pyongyang: a riferirlo è stato il quotidiano sudcoreano Joongang Ilbo, citando fonti diplomatiche di Seul. L’invito sarebbe stato formalizzato il mese scorso in una lettera privata indirizzata all’inquilino della Casa Bianca, ma il Dipartimento di Stato non conferma né nega l’esistenza di tale invito.

Quello che sappiamo di certo è che Trump, interrogato sulla possibilità di una visita ufficiale in Corea del Nord, ha riferito di “non essere ancora pronto” ma che lo farebbe “ad un certo punto nel futuro, e a seconda degli sviluppi. Sono certo che anche a lui piacerebbe visitare gli Stati Uniti. Ma no, non credo che siamo giunti a questo punto. C’è ancora della strada da fare”.

Sappiamo anche, per voce dello stesso presidente, che si sta pensando ad un nuovo incontro da tenersi entro la fine di quest’anno col leader nordcoreano, ma non è chiaro se le diplomazie siano già al lavoro per permetterlo: se la decisione fosse stata presa all’inizio di questo mese le tempistiche potrebbero essere troppo strette acciocché si possa arrivare ad un qualche risultato concreto. A quanto pare, però, lo stesso regime di Pyongyang conferma una simile eventualità: il viceministro degli Esteri di Pyongyang, Choe Son-hui ha affermato che “colloqui di lavoro” con i rappresentanti americani saranno intavolati entro la fine di settembre.

Il pugno di ferro americano resta quindi avvolto in un guanto di velluto, dopo che in pochi mesi di escalation militare il presidente Trump è riuscito là dove nessun suo predecessore era mai riuscito prima: portare un leader della Corea del Nord a sedersi ad un tavolo, quello di Singapore, per discutere della denuclearizzazione della penisola coreana e della sua possibile futura riunificazione.

In questo processo di tentata pacificazione, sebbene con tutti i limiti del caso che abbiamo già esposto, c’è una grossa incognita rappresentata da un alleato storico degli Stati Uniti: il Giappone.

Poca fiducia reciproca

Come riportato da Agenzia Nova, l’ambasciatore nordcoreano per la normalizzazione delle relazioni con il Giappone, Song Il-ho, ha dichiarato a una delegazione giapponese in visita a Pyongyang che le relazioni tra i due paesi “anzichè normalizzarsi, sono andate di male in peggio”.

La delegazione giapponese, in visita alla Corea del Nord da sabato scorso, è guidata da Shingo Kanemaru, secondo figlio di Shin Kanemaru, che negli anni Novanta si è speso per lo stabilimento di relazioni diplomatiche tra Tokyo e Pyongyang.

Nonostante il premier Shinzo Abe faccia trasparire una certa determinazione nel cercare una stabilità dei rapporti diplomatici tra Tokyo e Pyongyang – Abe ha ribadito la volontà di incontrare personalmente il leader nordcoreano, Kim Jong-un senza alcuna precondizione – esistono delle questioni irrisolte, che forse mai si risolveranno, che si oppongono al processo di normalizzazione.

Più che la questione della minaccia nucleare e missilistica, che pure preoccupa in modo non indifferente tanto che nel programma di riarmo nipponico viene data particolare attenzione ai sistemi antimissile (Abm) come il Thaad, a far diffidare Tokyo è l’annosa questione dei rapimenti.

La sorte dei rachijiken è diventata una costante nei rapporti tra i due Paesi. Almeno nove persone tra il 1977 ed il 1978 e altre tre nei primi anni Ottanta sono state rapite da agenti nordcoreani per addestrare le proprie spie sulla cultura e lingua giapponese. Le scuse formali di Kim Jong-il nei primi anni 2000 ed il ritorno di cinque dei rapiti (15 ottobre 2002) non bastarono a normalizzare la situazione, ritenuta sempre prioritaria dal Giappone sin quasi a livello ossessivo, tanto che rappresenterà sempre lo scoglio sul quale si sono infranti tutti i tentativi di avvicinamento tra Giappone e Corea del Nord.

Sembra che sia lo stesso scoglio sul quale si sta infrangendo il, ad onor del vero labile, tentativo di dialogo tra i due Paesi: il premier Shinzo Abe ha sempre affermato e continua ad affermare di ritenere prioritaria la localizzazione dei propri connazionali rapiti dalla Corea del Nord ed il loro ritorno a casa.

Da parte nordcoreana, del resto, sono ancora vivi i ricordi dell’occupazione militare giapponese avvenuta tra il 1910 ed il 1945, che ha fu caratterizzata da una sistematica “nipponificazione” della cultura coreana: furono cambiati i cognomi, bandito l’insegnamento della lingua e cultura autoctona dalle scuole e promosso l’uso esclusivo del giapponese.

Questa politica snaturante ebbe un parossismo tra il 1930 e il 1945 a seguito dell’invasione nipponica della Manciuria – con l’incidente Mukden del 1931 – e l’inizio della Seconda guerra mondiale. Durante quegli anni, come risposta, si formarono dei gruppi di resistenza comunista, appoggiati segretamente dall’Unione sovietica, presso le comunità etniche coreane in Manciuria, che videro l’emergere di un personaggio in particolare: Kim Il-sung, futuro primo leader della Corea del Nord.

Un alleato ostile per Washington

Pertanto si capisce bene come Tokyo, per quanto riguarda la questione nordcoreana, guardi con sospetto alla politica di Washington, e parimenti sia quasi del tutto ostile a quella di Seul, molto più conciliante verso il “fratello” nordcoreano anche rispetto agli Stati Uniti.

La Casa Bianca potrebbe pertanto trovare in Shinzo Abe un alleato fondamentalmente ostile nel quadro della pacificazione della penisola coreana, sebbene Tokyo condivida appieno il punto di vista statunitense riguardante la sua completa denuclearizzazione.

Il Giappone, anche per una questione di onore e principio riconducibile al caso dei rapiti, potrebbe risultare il classico bastone tra le ruote. Col recente avvento di O’Brien alla carica di consigliere per la Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti – nella fattispecie il presidente Trump – potrebbero aver trovato l’uomo giusto per mediare una situazione davvero molto difficile da sbrogliare.

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