Re Salman ha emesso in queste ore un decreto che permetterà alle donne dell’Arabia Saudita di prendere la patente a partire da giugno 2018. Secondo il New York Times, la notizia è stata annunciata dall’emittente televisiva saudita in contemporanea con un evento tenutosi nelle stesse ore a Washington, negli Stati Uniti. “La decisione – scrive il Nyt – mette in evidenza il danno che il divieto di guida delle donne ha fatto alla reputazione internazionale del regno”.

In questo senso, oltre a rappresentare una notizia positiva per le donne saudite, la decisione dei regnanti della monarchia wahabita ultraconservatrice è da intendersi come un’astuta – e forse inevitabile – operazione di marketing in un periodo in cui la sfida egemonica con i rivali del Qatar si combatte anche sul piano dell’immagine internazionale. Nonostante questa piccola conquista, le limitazioni che le donne saudite devono affrontare nella vita quotidiana rimangono tante. Una differenza sostanziale, se facciamo una comparazione con uno stato medio-orientale secolare e interconfessionale come quello siriano; governo, quello di Bashar al-Assad e del partito Ba’ath, che i sauditi hanno peraltro tentato di rovesciare appoggiando l’insurrezione islamista dal 2011 in poi. 

Cosa non possono fare le donne saudite

Sposarsi, divorziarsi, viaggiare, aprire un conto bancario senza il permesso dei loro “tutor” maschi. Le donne devono sottostare a leggi restrittive che regolano quasi ogni aspetto della loro vita. Nei casi in cui il padre di una donna venga a mancare, suo marito, un parente maschio che può essere il fratello, o in alcuni casi anche un figlio, deve dare la sua approvazione prima che una donna possa ottenere i diritti base.

Frequentare liberamente gli stessi luoghi dei maschi. Alcune eccezioni includono gli ospedali, le banche e le università. Nel 2013 le autorità hanno ordinato alle attività commerciali di costruire dei “muri di separazione” al fine di far rispettare questa norma.

Apparire in pubblico senza l’abbaya. Si tratta del lungo e caratteristico camice nero, di tessuto leggero, che copre tutto il corpo eccetto la testa, i piedi e le mani. Per coprire la testa è consuetudine usare il niqab.

Svolgere alcune attività senza un sponsor maschile. Le donne che vogliono aprire una propria attività devono contare sull’appoggio di due uomini, prima di ottenere un prestito o una licenza.

Ricevere un’eredità paritaria. Sotto le leggi di eredità della Sharia, le figlie ricevono la metà di ciò che viene assegnato ai loro fratelli.

Avere un processo equo in tribunale, dove “la testimonianza di un uomo è uguale a quella di due donne”. La posizione legale in Arabia Saudita di una donna è uguale a quella di un minore, e quindi ha poca autorità sulla propria vita.

La condizione delle donne in Siria e le conquiste minacciate dagli islamisti

Prima della guerra del 2011, le donne siriane hanno affrontato un lungo e faticoso lavoro di emancipazione, non privo di difficoltà e contraddizioni ma certamente più favorevole rispetto a ciò che accade nelle monarchie ultra-conservatrici del Golfo alleate dell’Occidente, soprattutto sotto il profilo della libertà individuale. Il riconoscimento del diritto di voto alle donne siriane risale al 1949, mentre il diritto di accedere agli uffici pubblici ed alle cariche elettive è del 1950. Secondo la costituzione della Repubblica Araba di Siria del 1973, “lo Stato garantisce alle donne pari opportunità e consente loro di partecipare attivamente alla vita politica, sociale, culturale ed economica del paese. Lo Stato rimuove ogni ostacolo che impedisce il sviluppo delle donne e la loro partecipazione per costruire la società siriana”.

La presenza delle donne, non senza difficoltà, è significativa in molti ambiti della società. Il 40% della forza del lavoro è rappresentato dalle donne e in alcuni settori, come la scuola o la sanità, la percentuale arriva al 60-70%.  Le siriane laureate oggi sono tra il 40 e il 50% del totale. L’attuale vice-presidente della repubblica araba è dal 2006 una donna, l’ex Ministro della Cultura, Najah Al-Attar. All’inizio del 2012, inoltre, è stata approvata la nuova Costituzione, in cui al punto 8 si dichiara che nello Stato siriano non sono ammessi gruppi “fondati sulla discriminazione in base al sesso, all’origine, alla razza o al colore”. 

La testimonianza di una siriana

Hilin Yasar Abbas è una donna siriana, originaria di Latakia. Dal 2008 è insegnante di lingua e cultura araba in Italia. Come racconta lei stessa, le faticose conquiste maturate dagli anni ’50 in poi in Siria rischiavano di essere spazzate via dall’avanzata dei ribelli islamisti: “Purtroppo, tutti i tentativi dei liberalisti e laici e di alcuni leader siriani per cambiare radicalmente le leggi discriminatorie sono stati soffocati dalle correnti socio- politiche anti-moderniste e da quelle fondamentaliste” – afferma.

“La cosa preoccupante è che negli ultimi anni i diritti della donna in Siria sono minacciati proprio dalle forze socio-politiche islamiche e si rischia veramente di perdere anche quei pochi diritti finora acquisiti ,causando un definitivo collasso della condizione femminile in un paese considerato fra i paesi più progressisti dell’area mediorientale in termini di diritti di genere”. L’unica speranza per una migliore condizione femminile in Siria, secondo Hilin, è rappresentata dall’attuale governo di Bashar al-Assad; conquiste e speranze che i ribelli avrebbero messo fortemente in discussione, se avessero prevalso. 

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