I colloqui intercoreani promossi da Moon e Kim sono soltanto un primo passo verso una possibile (e ancora lontana) fine dell’escalation di tensione nella penisola. C’è ottimismo fra le due parti, così come c’è l’incoraggiamento e il plauso di Cina, Russia e Nazioni Unite. Tuttavia la forma nasconde spesso una sostanza del tutto diversa. E sembra essere questo il pensiero degli Stati Uniti, che, se da subito si sono detti estremamente contenti del dialogo instaurato fra le due Coree, dall’altro lato non hanno cambiato posizione riguardo alla militarizzazione dell’area e al “soffocamento” del governo di Pyongyang attraverso le sanzioni e l’embargo. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, l’amministrazione Trump, in una riunione martedì prossimo a Vancouver, proporrà nei confronti della Corea del Nord una sorta di riedizione del blocco navale contro Cuba. A riferirlo è stato Brian Hook, alto funzionario del dipartimento di Stato, secondo il quale gli Usa e i loro alleati proporranno una missione navale allo scopo di bloccare e ispezionare in mare tutte le navi sospette che si avvicinano alla Corea del Nord. Alla riunione parteciperà il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, che nel summit intende definire “gli aspetti pratici” del blocco, ma non sono state invitate né la Cina né la Russia.

Il fatto è che, per gli Stati Uniti, la questione coreana sta entrando in una fase molto delicata. I colloqui diretti fra Corea del Nord e del Sud hanno di fatto messo all’angolo la politica americana nella penisola. Trump si è detto felice dei colloqui inter-coreani, ma da un punto di vista strategico, per gli Usa potrebbe anche essere controproducente avere Seul e Pyongyang che dialogano. Politicamente, la Corea del Sud ha dimostrato di potersi sganciare dalla linea dettata da Washington e si sta assestando su un rapporto di collaborazione con Pechino che rischia di vedere allontanarsi un alleato imprescindibile nello scacchiere pacifico. Questo comporta una riduzione del potere decisionale degli Stati Uniti, che adesso si ritrovano ad avere una forza militare considerevole nella penisola coreana e in Giappone, ma che, senza escalation fra le due Coree, non ha senso di esistere. Per il Pentagono è importante rimanere in quell’area più per monitorare e contenere la Cina che per minacciare Kim Jong-un, ma è evidente che pubblicamente possono solo avere lui come avversario diretto e chiaro. Se dunque, a livello pubblico, gli Stati Uniti plaudono ai negoziati, in via confidenziale a Washington sentono di essere stati scalzati dalla penisola e dal loro ruolo primario.

Ed è anche in quest’ottica che vanno lette le ultime azioni della politica americana riguardo alla Corea. Oltre alla decisione sul possibile blocco navale, alla Casa Bianca si discute ancora su una possibile azione militare contro alcuni obiettivi specifici della Corea del Nord in caso di un prossimo test missilistico. Questo è quanto riporta il Wall Street Journal, che parla di un piano d’attacco che faccia “sanguinare il naso” alla Corea del Nord. La metafora indica un attacco non devastante, ma limitato, che però mostri la capacità bellica degli Stati Uniti. E il fatto che questo editoriale sia uscito lo stesso giorno dell’annuncio del ripristino delle comunicazioni militari dirette fra Pyongyang e Seul, deve far riflettere. Dall’altro lato, sempre nell’ottica della tensione, non va sottovalutato il report degli ultimi giorni sull’addestramento massiccio di migliaia di soldati Usa per combattere nei tunnel. La Corea del Nord è piena di migliaia di tunnel e bunker. Alcuni di questi tunnel addirittura si è scoperto che uscissero oltre il confine, a pochi chilometri da Seul. Altri tunnel, in territorio nordcoreano, sono profondi centinaia di metri e potrebbero essere usati per nascondere truppe, artiglieria e armi di distruzione di massa. Oltre ad addestrare migliaia di soldati a questo tipo di scenario,  National Public Radio ha informato che “il Pentagono sta acquistando un numero sempre maggiore di attrezzature necessarie per le operazioni nelle gallerie, in particolare radio, occhiali per la visione notturna, cannelli per acetilene e cesoie per bulloni”. Per anni, i funzionari degli Stati Uniti hanno avvertito di questi tunnel. L’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld definì già nel 2001 i nordcoreani come “scavatori di classe mondiale”. “In quel Paese sono andati sottoterra in un modo che poche nazioni hanno fatto”, disse Rumsfeld al Senato. E quei tunnel, scavati nelle viscere della terra, sarebbero ormai al sicuro dalla maggior parte degli attacchi, sia dell’aviazione che missilistici. Pertanto, qualsiasi azione militare contro la Corea del Nord includerebbe l’intervento nelle gallerie.

Un messaggio rivolto alla Corea del Nord? Probabilmente sì. Nella penisola coreana, in particolare con Kim Jong-un, la logica diplomatica viaggia parallela con gli spostamenti delle truppe e con le notizie filtrate dai comandi militari. Un gioco di minacce che, per ora, può essere solo interrotto da un incidente che provochi effettivamente una guerra. Guerra che finora nessuno vuole, ma che serve per vendere armi e per estendere  e rafforzare la propria sfera d’influenza. E il fatto che il 2018 si apra con i colloqui inter-coreani e con l’addestramento di migliaia di truppe Usa alla guerra nei tunnel deve far riflettere. “Si vis pacem para bellum”, si direbbe. Ma forse, può semplicemente, gli Stati Uniti non vogliono essere esclusi.

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