Pechino, il cui nome significa “Capitale del Nord” in cinese, è divenuta la città simbolo della nuova, arrembante Repubblica Popolare degli ultimi decenni, presentandola al mondo in occasione dei Giochi Olimpici del 2008 e ospitando, in seguito, i grandi incontri e summit che hanno accompagnato l’ascesa dell’attuale leadership e del Presidente-Segretario Xi Jinping.

In ogni caso, nelle ultime settimane Pechino sta presentando al mondo un volto decisamente ambiguo: dal 20 novembre è infatti in corso una massiccia campagna di sfratto degli abitanti di alcuni dei quartieri più poveri e sottosviluppati della città, motivata ufficialmente da ragioni di sicurezza dopo che il 18 novembre scorso un incendio scoppiato in una palazzina a due piani ha portato alla morte di 19 persone nel distretto periferico sud-occidentale di Daxing.

Il corrispondente da Pechino del Corriere della Sera Guido Santevecchi ha segnalato come la campagna di sgombero ordinato dal Segretario del Partito Comunista della capitale, Cai Qi, sia stata duramente condotta attraverso l’uso di ruspe che hanno spianato abitazioni abusive e residenze operaie: a farne le spese sono cittadini appartenenti alle fasce più povere della popolazione, in larga misura ex immigrati interni attratti a Pechino dall’ascesa economica della città nel corso degli ultimi decenni nel corso della più grande migrazione della storia cinese, che ha portato decine di milioni di abitanti delle regioni periferiche a affollare le metropoli rivierasche.

La gentrification di Pechino, capitale mondiale divisa al suo interno

I fenomeni di gentrification che stanno coinvolgendo la capitale cinese rappresentano non solo la diretta conseguenza degli squilibri nello sviluppo del sistema di megalopoli della Repubblica Popolare ma anche, al tempo stesso, la manifestazione della più grande sfida che la Cina dovrà affrontare in quella che il suo leader Xi Jinping ha definito “la nuova era” del Paese.

Pechino, sede delle istituzioni politiche, economiche e militari del Paese, rappresenta il suo centro nevralgico: la campagna di “messa in sicurezza” risulta non casualmente funzionale a una strategia elaborata nel mese di settembre 2017 che mira a programmare sul lungo termine lo sviluppo urbanistico ed infrastrutturale della città per renderla adatta a svolgere il ruolo di capitale della Cina mondiale che con la “Nuova Via della Seta” proietta la sua grande strategia geopolitica negli spazi euroasiatici.

Charlotte Gao di The Diplomat ha riportato i piani del progetto Beijing 2016-2035, che prevedono una forte riqualificazione urbana, il controllo della superficie a 2.860 km quadrati e la popolazione a 23 milioni di abitanti entro il 2020. La Gao ha segnalato che su ordine di Cai Qi l’amministrazione di Pechino ha demolito, tra gennaio e agosto 2017, 38 milioni di metri quadri di costruzioni illegali, quota che sembra destinata a accrescersi ulteriormente dopo il recente giro di vite.

Il dibattito su Pechino nei media cinesi

In un articolo del 27 novembre scorso, la stessa Gao ha sottolineato come la recente campagna avviata dopo il rogo di Daxing sia stata condotta con una tale durezza da portare a un acceso dibattito sulla questione di Pechino sui media cinesi.

Il Beijing  Times ha difeso la campagna di demolizioni e gli sfratti di migliaia di immigrati interni, mentre al contempo l’organo di fatto portavoce del pensiero del governo centrale, il Global Times, ha fortemente criticato le modalità di conduzione della campagna sottolineandone la natura estranea all’immagine di città aperta che Pechino punta a dare di sé nel mondo.

Puntualizzando che risulterebbe deleteria la decisione di chiudere la città a coloro che provengono dalle regioni interne della Cina, il Global Times ha di fatto segnalato l’indisposizione del governo di Xi Jinping per le modalità con cui l’amministrazione del Partito nella capitale sta conducendo le operazioni. La nuova Cina che mira a farsi grande potenza mondiale deve curare con attenzione la sua immagine a livello internazionale: la durezza con cui le ruspe spianano i quartieri operai di Pechino rischiano di colpirla duramente assieme al volto di una capitale sempre più connessa al resto del mondo e divisa al suo interno.

 

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