Le Filippine stanno vincendo la loro battaglia contro lo Stato Islamico. Secondo quanto riferisce The Duran, dopo sei mesi di combattimenti serrati, il gruppo “Maute”, il movimento islamista paramilitare che ha giurato fedeltà a Daesh, sta per essere eliminato dalle forze governative. A partire dal maggio di quest’anno, infatti, i terroristi di Maute hanno iniziato un assedio brutale nella città di Marawi, sull’isola di Mindanao.

Uno scontro iniziato curiosamente proprio mentre il presidente filippino Rodrigo Duterte incontrava Vladimir Putin a Mosca. Ora sono meno di 50 i terroristi che tentano di continuare un disperato assediato in una parte limitata della città filippina. Secondo i primi rapporti i miliziani tenevano in ostaggi almeno 100 civili – ma successivamente questo numero si è ridotto dopo un’operazione condotta dalla polizia. 

Uccisi i due leader del Gruppo Maute

Secondo quanto reso noto dal Segretario alla Difesa Lorenzana, i due leader del gruppo terroristico, Abu Sayyaf e uno dei fratelli Maute, Omar Maute, sono stati eliminati: “Abbiamo ricevuto un rapporto dalle forze armate delle Filippine a Marawi secondo cui l’operazione condotta dalle forze governative per sradicare l’ultima fortezza di Daesh-Maute rimasta in città ha portato alla morte dei leader dei terroristi, Isnilon Hapilon e Omar Maute, e che i loro corpi sono stati recuperati dalle nostre unità operative “, afferma in una nota ufficiale Lorenzana. La vittoria sullo Stato Islamico conferma la strategia vincente del presidente Rodrigo Duterte, molto criticato in occidente per i suoi metodi “poco ortodossi” nella lotta contro i trafficanti di droga.

La vittoria del governo a Marawi, sottolinea Adam Garrie su The Duran, “è da attribuire alla decisione del presidente Duterte di imporre la legge marziale a Mindanao, a partire da maggio”. Mentre il partito liberale di opposizione ha criticato questa misura, “il presidente sosteneva che fosse l’unico metodo efficace per eliminare in maniera rapida i terroristi da Marawa e dalle zone limitrofe”.

I filippini sostengono Duterte nella lotta contro i narcos

Nonostante Europa e Stati Uniti, oltre a Ong come Amnesty International e Human Rights Watch, abbiano più volte criticato e condannato il pugno di ferro del “castigatore” Duterte, i filippini sembrano sostenere i suoi metodi repressivi. Secondo un sondaggio reso noto dall’agenzia di stampa Reuters, ben nove cittadini filippini su dieci sostengono la durissima guerra del presidente contro il narcotraffico; tre quarti della popolazione, tuttavia, crede che il governo si stia macchiando di uccisioni extragiudiziali.

La polizia respinge questo dato e afferma che tutte le 3.900 vittime delle operazioni anti-droga erano armate o hanno resistito all’arresto usando la violenza. Nei giorni scorsi, il presidente filippino ha affermato che i prossimi a essere presi di mira saranno grandi cartelli della droga. 

In un discorso televisivo, riportato dal South China Morning Post, Duterte ha letto un memorandum con cui ha messo a capo della guerra al narcotraffico l’Agenzia filippina antidroga, Pdea, criticando le interferenze straniere. “Non sono più interessato a usare nessun’altra agenzia, tranne che la Pdea; questa è l’ultima parola, e forse questo sarà sufficiente per gli stupidi ragazzi dell’Unione europea, concentrati a contare i morti”, ha sottolineato l’istrionico presidente. Narcotraffico e terrorismo, due fronti in cui Rodrigo Duterte sta lasciando il segno con il suo pugno di ferro. 

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