L’attenzione dell’Unione Europea verso l’Indo-Pacifico e la stessa postura delle nazioni europee verso la Cina è cambiata nel corso degli ultimi anni a seguito delle sue azioni assertive, che a volte sfiorano la coercizione, nel Mar Cinese Meridionale e verso Taiwan.

Nella “EU strategy for cooperation in the Indo-Pacific” del 2021, l’Unione riconosce che una “dimostrazione di forza” cinese nello Stretto di Taiwan “può avere un impatto diretto sulla sicurezza e prosperità dell’Europa”. Un conflitto aperto, poi, avrebbe conseguenze pesantissime sulla catena di approvvigionamento globale, particolarmente per quanto riguarda i beni ad alta tecnologia (informazioni/comunicazioni) e nel settore dei semiconduttori.

L’Unione Europea dovrebbe quindi cominciare ad avere un approccio diverso, considerando che la questione taiwanese non può più essere evitata dal punto di vista strategico, economico, politico e anche militare. Sebbene, come accennato, l’UE, ma anche i singoli Paesi che la compongono, abbia cominciato a richiedere con maggior vigore una soluzione pacifica delle controversie, esistono profonde differenze, in seno all’Unione, nella condotta dei singoli governi, per lo più rigidamente aderenti alla politica “Una Cina” che limita molto le effettive possibilità diplomatiche di venire in soccorso di Taipei in caso di aggressione cinese.

Nonostante questa mancata comunione di intenti, il parlamento europeo nel 2021 ha inviato la sua prima delegazione ufficiale a Taiwan e ha pubblicato un rapporto sulle relazioni bilaterali tre l’UE e l’isola dimostrando che l’Unione è pronta a portare le relazioni con Taipei su un livello superiore. Questo, però, non sembra essere sufficiente, in quanto i Paesi UE temono le ripercussioni economiche di possibili sanzioni cinesi, pertanto anche quelli che hanno radicalmente cambiato la propria politica, come la Germania il cui governo Scholtz ha affermato che un cambio nelle relazioni attraverso lo Stretto dovrà avvenire solo ed esclusivamente per via pacifica e con mutuo consenso, comunque restano ancorati alla visione “Una Cina”.

In ogni caso l’attività predatoria cinese in campo commerciale, ha fatto suonare un primo importante campanello d’allarme a Bruxelles, che ha avuto come risultato la definizione della Cina, da parte di Francia e Germania, come “rivale sistemico”. Ad aggravare questa percezione c’è stata anche la repressione effettuata da Pechino a Hong Kong, che ha scosso le cancellerie europee sempre molto attente al proprio ruolo di garanti della democrazia e dei diritti umani, e da questo punto di vista proprio l’inazione in caso di aggressione cinese a Taiwan provocherebbe la perdita della credibilità dell’UE nel suo ruolo di garante dei valori democratici.

Quanto accaduto a Hong Kong ha avuto anche profonde ripercussioni a Taiwan: la popolazione, se prima poteva accettare la possibilità offerta da Pechino di una unificazione secondo il principio “un Paese due sistemi”, ora non ritiene più possibile fidarsi delle assicurazioni del Politburo, e lo ha dimostrato con la rielezione del presidente Tsai Ing-wen, esponente del partito indipendentista Dpp (Democratic Progressive Party). Sensazione confermata dall’attività coercitiva effettuata da Pechino contro il partito di governo, che ha riguardato azioni in tutti i domini della guerra ibrida: da quello cyber a quello politico, passando per quello economico e militare con le frequenti incursioni della PLAAF (People’s Liberation Army Air Force) nella Adiz (Air Defense Identification Zone) di Taiwan, usate per sfiancare le difese aeree dell’isola e per stabilire un clima di “normalità” dell’attività aerea da sfruttare come effetto sorpresa quando/se la Cina deciderà di invadere.

Tornando all’Europa, non è chiaro se i membri dell’UE, soprattutto quelli più legati economicamente a Pechino, siano disposti a sobbarcarsi il costo della possibili sanzioni economiche cinesi susseguenti a una ferma condanna di un’azione militare o coercitiva su Taiwan: la Germania di Scholtz ha riaffermato la volontà di stringere legami commerciali con la Cina senza menzionare la problematica dei diritti umani, e la Francia di Macron ha ribadito che l’UE deve uscire dalla sua “ingenuità” nei confronti del Dragone ma senza appiattirsi alla linea statunitense, ed evitando di citare la problematica umanitaria al pari di Berlino.

Del resto la Cina, così come Taiwan, è un partner economico importante per l’Europa ma non così fondamentale come possa sembrare. Per quanto riguarda i vitali semiconduttori, la maggior parte di essi (il 54%), a livello globale, proviene da Taipei, prodotti dalla Taiwan Semconductor Manufactoring Company, e più in generale l’isola, nel 2020, è diventata il 14esimo partner commerciale dell’UE con scambi totali che ammontavano a 49,3 miliardi di euro. Per Taipei, l’UE rappresenta il quarto partner, dopo Cina, Usa e Giappone.

La Cina, invece, sebbene resti il partner principale dell’Unione nell’Indo-Pacifico, non lo è per quanto riguarda le esportazioni: in testa alla classifica, infatti, troviamo gli Stati Uniti con 352,9 miliardi di euro di beni importati dall’UE, seguita dal Regno Unito con 277,7 miliardi. Pechino, d’altra parte, resta saldamente il Paese da cui l’Europa importa di più, con un totale di 383,4 miliardi di euro, staccando largamente gli Usa, con 202,6 miliardi. Il valore netto degli scambi interni all’UE, però, supera quello con la Cina: 256 miliardi contro 202. Andando a guardare ai singoli membri, il Paese che importa più beni dalla Cina è l’Olanda (circa 47%), seguita dalla Germania (42%), dalla Francia (18%) e dall’Italia (17%). In termini di scambi complessivi in testa balza la Germania, seguita dall’Olanda, dalla Francia e dalla Polonia.

Pechino quindi nonostante le relazioni commerciali tra gli Stati europei e la Cina siano forti, non domina il commercio estero dell’Europa e l’importanza della Cina nel commercio bilaterale, e quindi nelle relazioni coi Paesi europei, sono state sopravvalutate. Inoltre, lo squilibrio delle relazioni commerciali tra gli Stati europei e la Cina, con Pechino che ha un credito commerciale, offre ai membri dell’UE l’opportunità di far presente che la necessità cinese di investire all’estero e la volontà dell’Europa di importare prodotti e servizi made in China potrebbero essere in gioco in caso di crisi nello Stretto di Taiwan. Questo avrebbe un grande impatto come deterrente.

Una volta iniziata la crisi di Taiwan, gli esperti stimano che il danno per l’economia globale sarebbe significativo e anche gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare segnali a Pechino riguardanti questa possibilità: del resto Washington è saldamente in testa nella lista di maggiori importatori di beni cinesi, con un valore totale di 451,7 miliardi di dollari.

Bisogna anche considerare che la possibile attività sanzionatoria cinese non riguarderebbe aree vitali per l’economia nazionale, come dimostrato precedentemente per diverse questioni non da ultimo quella che ha riguardato la Corea del Sud e la sua decisione di schierare il sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense): in quella occasione Pechino impose la chiusura di una catena di supermercati sudcoreani.

Non significa che la Cina non abbia leve importanti per sostenere la sua politica: quella delle Terre Rare è forse la più impattante e Pechino ha dimostrato di volerla usare in precedenza, ma l’attività “controsanzionatoria” europea, insieme a quella statunitense, avrebbe pesanti ripercussioni sull’economia cinese, anche considerando la differente postura riguardo le sanzioni: quelle occidentali sono più a lungo termine rispetto a quelle cinesi.

Da questo punto di vista, e ricordando che la Cina considera l’unificazione con Taiwan come inevitabile, l’Europa deve essere preparata a fare fronte a future restrizioni cercando maggiore autonomia strategica e deve tenere presente che Pechino e Taipei stanno osservando attentamente l’andamento della politica dell’UE per quanto riguarda l’aggressione russa in Ucraina: la durata e l’intensità delle sanzioni europee sarà infatti attentamente valutata da entrambi per capire quanto effettivamente Bruxelles intenda impegnarsi nel far valere i propri valori e intenti.

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