Lo sport può svolgere un ruolo nella geopolitica. Per la diplomazia servono le grandi tavolate, i palazzi in centro, le trattative, le strategie e gli incontri in gran segreto, ma anche le Olimpiadi non sono poi così male. Come quelle invernali tenutesi in Corea del Sud quest’anno.

L’invio di una delegazione di atleti coreani (i ventidue della Corea del Nord) ha contribuito ad ammorbidire un clima che si era fatto davvero pesante. Non solo: durante il viaggio di andata, alla nave partita dal Nord, è terminato il carburante. Sono arrivati i coreani del Sud e hanno sbrogliato la matassa. Anche se pare che le norme internazionali, per via delle sanzioni, non lo consentissero. 

Se le due nazioni stanno studiando un modo per uscire dall’impasse e sostituire l’armistizio del 53′ con un vero e proprio documento di pace, si deve anche ai giochi olimpici invernali di Pyeongchang. La sorella di Kim Jong – un ha “sconfinato” per partecipare alla cerimonia inaugurale. Di lì a poco avrebbe varcato il confine anche suo fratello, dando vita alla risoluzione di una tensione che stava tenendo un po’ tutto il mondo con il fiato sospeso. Un passetto diplomatico sul ghiaccio in grado di aprire uno scenario di pace inaspettato.

Qualcuno si ricorderà di Zhuang Zedong, il giocatore di ping pong cinese passato alla storia per aver fatto fermare l’autobus della sua squadra durante i mondiali del 1971. Lo scopo? Far salire un suo collega americano rimasto a piedi, quel Glenn Cowan che ha poi regalato a Zedong una maglietta dei Beatles. Col tempo l’hanno chiamata “Diplomazia del ping pong”. Un evento del tutto casuale, che ha aperto la strada al viaggio di Richard Nixon in Cina. Il presidente degli Stati Uniti, anni dopo il caso Watergate, ci ha tenuto a ricordare come senza la sua iniziativa non sarebbe mai avvenuto il disgelo tra le due superpotenze. Il tennistavolo ha permesso alla nazionale americana di andare in Cina. Concesso questo è sembrato naturale invitare anche il presidente degli Stati Uniti. Il resto è storia. 

Le Olimpiadi di Roma del 1960 hanno visto le due nazionali tedesche, quella dell’Est e quella dell’Ovest, indossare la medesima divisa. Non è poi così retorico ricordare che i giochi olimpici, nella Grecia antica, prevedevano l’interruzione di qualunque conflitto. Dinanzi allo sport neppure il muro di Berlino ha potuto nulla. Almeno fino al 1968′, anno nel quale la nazionale unificata è stata sciolta per poi tornare poi dopo il 1989. Raul Castro e Barack Obama, al fine di mettere in pratica un gesto di avvicinamento concreto, hanno organizzato una partita tra la nazionale cubana di baseball e una squadra americana. Lanciatori e battitori hanno favorito una storica stretta di mano culminata nella temporanea revoca dell’embargo. L’hanno definita “la partita della riconciliazione”.

Il presunto processo di liberalizzazione dei costumi in Arabia Saudita sta passando attraverso il wrestling. Il fatto di vedere atleti in abiti sportivi lottare e recitare al centro di ring per noi è un fatto normale. In una nazione in cui i cinema sono rimasti chiusi per anni, molto meno. Celebre il caso della nazionale di rugby sudafricana, quella vincitrice del mondiale del 1995. Nelson Mandela l’ha “utilizzata” per creare una coscienza nazionale comune a tutti i cittadini. Nella mente di tutti è rimasta impressa la stretta di mano con il capitano di quella squadra: Francois Pienaar. Un bianco, a differenza del presidente. Poi c’è il cricket, che ha permesso a India e Pakistan di far incontrare più volte i rispettivi vertici politici. 

Parliamoci chiaro: nessuna competizione sportiva ha mai evitato lo scoppio di una guerra, ma molte discipline hanno fatto sì che le tensioni tra paesi non si inasprissero. Lo sport non è mai solo un “gioco”. Tanto, a volte, da funzionare molto meglio della diplomazia tradizionale. Un gioco che può diventare geopolitico. 

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