Il timer di quella bomba a tempo chiamata Sri Lanka era prossimo, oramai da molto tempo, allo zero. E il 9 luglio 2022, dopo tre mesi di proteste intermittenti e di repressione militaresca – adombrate dalla guerra in Ucraina – e dopo tredici anni di pace fredda, la detonazione è infine avvenuta. E ha provocato un maremoto nel cuore dell’Indo-Pacifico dalle intuibili implicazioni.

Il padre padrone della politica singalese, Gotabaya Rajapaksa, è stato costretto alla fuga. Una fine ignominiosa ma inevitabile. L’unico modo di salvarsi dalla rabbia incontenibile espressa da quella marea umana che, nonostante il pugno delle forze dell’ordine, il 9 luglio ha sfidato il muro di manganelli e lacrimogeni eretto a protezione della zona rossa di Colombo, Janadhipathi Mawatha, dove ha sede il Palazzo presidenziale.

Impossibile fermare quella lunga marcia della rabbia cominciata a marzo: troppi i riottosi scesi in strada. Le cifre parlano di 100-150mila persone, cioè un quarto o un sesto dell’intera popolazione di Colombo. Una cifra mostruosa, storica nel senso letterale del termine ed indicativa dell’estensione del malcontento serpeggiante nella multinazione. L’assalto al Palazzo presidenziale, alla luce dei numeri, non poteva che terminare in un modo: con la fuga dell’obiettivo dei dimostranti, Rajapaksa, presidente in carica dal 2019 e capofila di una dinastia che ha storicamente egemonizzato ogni aspetto della vita in Sri Lanka.

La grande stampa scriverà che queste proteste nascono dal carovita, dal caroenergia, dalla malagestione della pandemia, dalla corruzione endemica, dalla stanchezza popolare per quella “nepotocrazia” che è lo Sri Lanka. E non v’è menzogna in tutto questo: è la realtà dei fatti. Ma se è vero che Historia magistra vitae, come sosteneva Cicerone, allora non è da escludere che dietro questo terremoto in una terra di frontiera, appartenente all’Elefante ma corteggiata dal Dragone, si nasconda la longa manus degli Stati Uniti (e dell’India). Perché si scrive Colombo, ma si legge Nuova Via della Seta.

Tre indizi fanno una prova

Da mesi i singalesi protestano contro il governo e la presidenza, chiedendo aiuti economici, ammortizzatori sociali, volti nuovi in politica e maggiore redistribuzione della ricchezza nazionale. E hanno ragione: lo Sri Lanka poteva essere l’Eden terrestre, ma è la città di Dite immersa nell’oceano Indiano. Ne è prova l’influenza onnipervasiva esercitata dalla dinastia Rajapaksa in ogni sfera del vivere.

Ogni grande storia, però, ha una o più sottotrame e una schiera di attori in ruolo di co-protagonismo (e di co-antagonismo). Nel caso di quella che, a meno di inversioni di tendenza, potrebbe profilarsi come la “rivoluzione amaranto”, il lupus in fabula è costituito dalla presente assenza degli Stati Uniti, osservatori (partecipanti?) a distanza degli eventi, e dalla consapevolezza che tre indizi fanno una prova.

Il primo indizio. Non è vero che la (corrotta) classe dirigente è stata sorda alle grida di rabbia del popolo in rivolta. Perché sia la presidenza sia il governo hanno provato ad andare incontro alle richieste dei manifestanti, e dapprima che degenerassero, dando loro dei segnali concreti e non degli specchietti per le allodole. Tra i segnali concreti: le dimissioni del governo Rajapaksa, il cambio ai vertici della Banca centrale, la richiesta di un faccia a faccia coi capi della rivolta – rifiutato da questi ultimi – e l’allontanamento di due dei più importanti Rajapaksa dal governo, Mahinda – all’epoca primo ministro – e Basil.

Chi protestava, in estrema sintesi, non ha mai voluto un cambiamento dalla presidenza, ma un cambiamento di presidenza. La fine della cancerogena dinastia Rajapaksa. Da qui la controproduttività della politica dell’accomodamento, al cui fallimento è seguita la repressione, emblematizzata da coprifuoco e stato d’emergenza. Repressione che ha trasformato i mille in diecimila, e i diecimila in centomila.

Il secondo indizio. La fuga di Rajapaksa non sarebbe stata possibile se un comitato organizzativo senza volto – perché operante nell’etere – non avesse istruito i dimostranti su come autogestirsi, popolarizzare la rivolta sui social network – in primis Facebook, Twitter e Telegram – e condirla degli elementi tipici delle “rivoluzioni colorate” ideate da Gene Sharp: occupazione di luoghi-simbolo, adozione di un vocabolario formato da persuasive parole di plastica, sabotaggi, progressivo allargamento del focus originale della protesta.

Una dimostrazione genuina e legittima, nelle sue origini e ragioni, che menti raffinate avrebbero potuto facilmente infiltrare e strumentalizzare allo scopo di conseguire un obiettivo politico: la caduta degli intoccabili Rajapaksa.

Il terzo indizio. La dinastia Rajapaksa, che controlla semaforicamente entrate nel e uscite dal Paese, ha consentito l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nello Sri Lanka, suscitando l’ira della ripudiata mamma India, e aderito entusiasticamente alla Belt and Road Initiative, altresì nota come Nuova Via della Seta, nella speranza-aspettativa di risollevare l’economia nazionale e di trasformare Colombo nella nuova Singapore. Curiosamente, ma non sorprendentemente, all’indomani del matrimonio sacrilego ha avuto inizio una stagione di instabilità, a base di terrorismo religioso e violenze politiche, che ha rallentato (notevolmente) i lavori nei cantieri aperti dalle ditte cinesi e, infine, ha condotto alla caduta dei Rajapaksa.

L’urlo di Colombo terrorizza Pechino

La (possibile) rivoluzione amaranto dello Sri Lanka si inquadra nel più ampio contesto della competizione tra Stati Uniti e RPC per l’egemonizzazione dell’Indo-Pacifico e, in esteso, per la riscrittura della divisione del potere in Eurasia, dalla quale dipende, in definitiva, la supremazia dell’Impero americano nel mondo. Sir Halford Mackinder docet.

Gli eventi del 9 luglio avvengono eloquentemente a breve distanza dall’ingresso a gamba tesa della RPC nelle Isole Salomone, sullo sfondo dell’apertura concomitante di una partita in Papua Nuova Guinea e del fermento a Timor Est, e non sono che l’ultimo tentativo degli Stati Uniti di espellere violentemente i cinesi da Colombo, scelta nel 2017 come una delle fermate-chiave delle Nuove Vie della Seta.

Per Xi Jinping, l’architetto della BRI, il compito di inglobare lo Sri Lanka nella sfera d’influenza del rinascente Impero celeste si è rivelato tutt’altro che semplice: proteste contro i cantieri cinesi nel porto di Hambantota e a Colombo, rinascita di tensioni interetniche e incidenti interreligiosi, terrorismo jihadista – la strage pasquale del 21.4.19 compiuta da un gruppo sino ad allora senza record di azioni eclatanti – e, infine, un’infelice congiuntura internazionale – pandemia e guerra in Ucraina – sapientemente sfruttata dalla Casa Bianca per (provare a) mettere la parola fine sul capitolo singalese della BRI.

Ma la storia non è finita il 9.7.22. Anche perché la storia, per sua stessa natura, è irrefrenabile. Per la RPC è indispensabile la partecipazione dello Sri Lanka alla BRI, perché dotato di una posizione geostrategica difficilmente aggirabile: a metà tra il Sudest asiatico e l’Africa orientale, un avamposto in prospettiva contro l’India, un balcone che dà su Medio Oriente e corno d’Africa.

Fuggire dallo Sri Lanka, dopo cinque anni e oltre cinque miliardi di dollari investiti, per la RPC equivarrebbe ad assistere al secondo colpo più grave mai ricevuto negli ultimi dodici anni, dopo la fuga dal Nicaragua nel 2014 a causa di moti che, presto mutati in un tentativo di rovesciare Daniel Ortega, costrinsero ad annullare l’ambizioso progetto del “canale anti-Panama“.

Per gli Stati Uniti è fondamentale che lo Sri Lanka venga securizzato, con una classe politica affidabile – anche una giravolta a trecentosessanta gradi dei Rajapaksa, in alternativa, andrebbe bene – che dietro il paravento della neutralità abbandoni l’anelito di orbitare attorno al pianeta Cina, affinché da qui parta la determinante-ma-rischiosa fase II della partita per l’Indo-Pacifico: l’ingresso nel “cortile di casa” della RPC pronosticato sulle nostre colonne a inizio anno. Con l’obiettivo di sabotare la Nuova Via della Seta e la Collana di perle, le autostrade del multipolarismo. Nell’attesa del fatidico redde rationem tra la Città sulla Collina autoinvestitasi del ruolo di vegliare sull’umanità e il Regno di mezzo che vuole tornare al centro del mondo.

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