Per il presidente Usa Donald Trump, quella di smarcarsi dalle politiche del suo predecessore, è più che una necessità elettorale. Per certi versi, è diventata quasi un’ossessione, un modo per dimostrare la discontinuità rispetto alla precedente amministrazione, e non a torto. Nel Medio Oriente, Barack Obama ha applicato in maniera contraddittoria il leading from behind – ossia offrire un contributo decisivo senza doversi esporre direttamente. È successo per esempio in Siria, con il supporto ai curdi e ai “ribelli” anti-Assad, con risultati disastrosi. Tra i due presidenti però non mancano anche i punti in comune.

Che fine ha fatto l’offshore balacing?

Nonostante le differenze di approccio e il recente attacco condotto da Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria, Trump e Obama condividevano una sostanziale ritrosia all’intervento armato. Come evidenzia John Hulsman, esperto di politica estera dell’Aspen Institute, “Trump ha messo bene in chiaro che uno dei principi cardine della sua politica mediorientale sarebbe stato quello di evitare il coinvolgimento in un’altra guerra rovinosa nella regione. Dunque, appariva assolutamente logico perseguire una strategia di offshore balancing”, favorendo la ricerca di un equilibrio tra le potenze regionali e ricorrendo ad alleanze flessibili, con gli Stati Uniti nel ruolo di garante esterno. In base a questo principio, “l’America interverrebbe militarmente solo se una delle potenze regionali alterasse sostanzialmente quell’equilibrio, puntando all’egemonia”. Ma se le intuizioni di Trump erano corrette, la sua strategia in Medio Oriente è stata fino a qui incoerente e confusa. Vediamo perché.

L’incoerenza degli Usa in medio Oriente

Come osserva Stephen M. Walt su Foreign Policy, “non c’è dubbio che Trump sia diffidente nei confronti di ciò che vede come un pantano militare, e questo è un passo nella giusta direzione dopo le follie degli ultimi 25 anni. Ma quella diffidenza è ciò che a malapena lo rende unico a questo punto. Nessun leader ragionevole inizia una guerra se sa in anticipo che sarà un affare aperto e costoso, e per gli Stati Uniti, la sfida più impegnativa è uscire dalle serie infinita di guerre in cui è incappata per errore”. E qui Trump, secondo Walt, “ha visibilmente fallito”.

“La dura verità – osserva – è che Trump non ha fatto quasi nulla per ridurre l’impegno degli Stati Uniti nel grande Medio Oriente. Oltre ad inviare più truppe in Afghanistan, ha autorizzato il Dipartimento della Difesa ad aumentare le attività antiterrorismo degli Stati Uniti in diversi luoghi e inviato più truppe a svolgere questo lavoro”. Secondo una stima, infatti, la presenza militare degli Usa nella regione è aumentata di circa il 33% sotto l’amministrazione Trump, per un totale di circa 54.000 soldati e personale di supporto civile in più. 

Il pericoloso asse con i sauditi

Il comportamento di Trump ha di fatto precluso a una strategia di offshore balacing che molti, a cominciare dai suoi elettori, auspicavano in una regione che ha causato una serie infinta di problemi agli Usa negli ultimi decenni. Complice la forte influenza sul presidente del genero Jared Kushner, Trump ha sposato in maniera acritica la visione saudita, secondo la quale l’Iran è un potenziale egemone che è sul punto di stabilire un nuovo impero persiano. Nella mente di Trump, osserva Walt “gli Stati Uniti non hanno altra scelta se non quella di offrire agli alleati locali un sostegno acritico e incondizionato”. Ciò è dimostrato dall’avversità del presidente nei confronti dell’accordo sul nucleare iraniano.

In questo senso, scrive John Hulsman, “Trump si è schierato inequivocabilmente con il fronte sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita, contro il campo sciita a guida iraniana. Quest’esito sconsiderato condanna nuovamente gli Stati Uniti a un maggiore impegno in Medio Oriente: esattamente il contrario di quanto originariamente auspicato dal nuovo presidente”. Inutile dire che l’approccio acritico di Trump nei confronti degli alleati regionali Stati Uniti è in contrasto con un realismo sobrio e con una politica equilibrata nel Medio Oriente da parte degli Stati Uniti. E probabilmente è anche in contrasto con l’America First. C’è da stabilire soltanto quanto questa incoerenza strategica rispecchi la sua effettiva volontà o quanto dipenda da quello “stato profondo” che sembra condizionare spesso le sue scelte. 

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