La tregua tra le forze armate israeliane e quelle della Jihad Islamica, in vigore ufficialmente dalla tarda serata di lunedi nella Striscia di Gaza, sembra reggere e questo sviluppo offre prospettive interessanti in merito alla possibile evoluzione della situazione locale. Nessun ordigno è stato infatti sparato nel corso della notte, come confermato da una portavoce dell’esercito israeliano, dalla Striscia verso Israele e ciò dimostrerebbe come gli sforzi dei mediatori egiziani e della comunità internazionale abbiano sortito degli effetti. Le violenze tra le parti erano scoppiate in seguito all’uccisione, da parte delle forze di sicurezza israeliane, di Mohammed al-Naim, membro della Jihad Islamica, accusato di aver disposto un ordigno esplosivo nei pressi del confine fortificato nei pressi di Khan Younis. Questo evento ha portato allo scoppio di una vera e propria escalation di scontri, durata due giorni, tra le parti: le forze aree di Israele hanno infatti colpito molteplici obiettivi nella Striscia di Gaza, mentre elementi della Jihad Islamica hanno sparato una serie di razzi contro i territori controllati dagli avversari.

Una crisi di lungo corso

Le violenze nella Striscia di Gaza hanno avuto luogo ad appena una settimana di distanza dalle elezioni parlamentari israeliane, le terze nel giro di un anno, previste per il 2 marzo del 2020. Le consultazioni vedono una lotta serrata per la prima posizione tra il Likud del premier Benjamin Netanyahu ed il Partito Bianco e Blu dell’ex generale Binyamin Gantz (schierato su posizioni più centriste): i due schieramenti, a seconda dell’istituto demoscopico preso in considerazione, vengono stimati tra i 31 ed i 36 scranni sui 120 della Knesset e sono lontani dalla maggioranza. I due movimenti, alleati con una serie di altri partiti, sperano però di potersi avvicinare quanto più possibile alla soglia dei 60 scranni e di poter così formare il prossimo esecutivo. Netanyahu ha invitato Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, a fermare il lancio di razzi oppure a dover affrontare un conflitto su larga scala e sembra che il suo invito abbia sortito l’effetto voluto. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il gruppo della Jihad Islamica è particolarmente vicino all’Iran e pertanto un eventuale ritorno degli scontri tra le parti potrebbe avere serie conseguenze sull’intero scacchiere mediorientale e sui già pessimi rapporti con Teheran, a sua volta provata dall’emergenza coronavirus.

Le prospettive

Le ricorrenti tensioni nella Striscia di Gaza sembrano destinate a proseguire indipendentemente dalla vittoria del Likud o di Blu e Bianco alle consultazioni legislative di marzo. I periodici scontri nell’area sono legati alla presenza di una rivalità intrinseca ed ineliminabile tra le forze di sicurezza israeliane e gruppi di radicali islamici locali come Hamas e la Jihad Islamica mentre più in generale le tensioni con la comunità palestinese sono state fomentate dalla presentazione del Piano di Pace di Donald Trump. Questo schema è stato accolto con sdegno dall’Autorità Nazionale Palestinese che ha accusato l’Amministrazione americana di agire con parzialità e di favorire in maniera eccessiva Israele. Le tensioni, dunque, sono destinate a proseguire inalterate e probabilmente a rafforzarsi nel futuro.

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